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Federazione Italiana Sommelier Albergatori e Ristoratori Delegazione di Firenze
Mercoledì 13 Novembre 2019

Se una sera d'autunno ti raccontano la Borgogna...

Se una sera d’autunno ti raccontano la Borgogna…

Se una sera d’autunno ti raccontano la Borgogna come ce l’ha raccontata Camillo Favaro, accompagnando ai vini che ci ha proposto parole immediate e storie gustose, la sensazione non è di essere parte di una folta platea nella grande sala conferenze di un hotel fiorentino dal mood newyorkese, ma di un gruppetto di amici affiatato e rilassato davanti a un camino acceso.

Premessa: la Borgogna per me è in primis un viaggio da fare e da non più rimandare, ma nel contempo è l’abbagliante insegna al neon che segnala l’interminabile cammino ancora da percorrere in termini di conoscenza ed esperienza; è dunque naturale che tutto quello che la riguarda e che possa essere alla mia portata mi faccia scattare sull’attenti, quasi in soggezione, occhi ben aperti e orecchie a parabola, con la dotazione sensoriale controllata e lucidata come la macchina post tagliando.

Per questo nel corso dell'incontro dello scorso 7 novembre mi è arrivata una botta di spiazzamento: avevo sì da poco finito di leggere il libro Vini e Terre di Borgogna, che Favaro, produttore di ottimi Erbaluce tra le altre cose, ha scritto a quattro mani con l’enogiornalista Giampaolo Gravina, apprezzandone parecchio lo stile snello e l’accuratezza dei contenuti, ma davvero non mi aspettavo la leggerezza e la fluidità con cui si è dipanata la morbida matassa della serata (la seconda organizzata fuori sede con relatori esterni e il tutto esaurito).
E’ vero che lo storytelling, ormai lo sa anche mia zia, ultranovantenne bevitrice di taj nelle Alpi Carniche, è pratica invalsa ed abusata per promuovere e vendere non solo il vino, ma anche l’antitarme per l’armadio o lo scalogno al supermercato e via delirando…fatto sta che le storie ascoltate sono state raccontate bene, semplicemente bene; non c’era l’aura di solennità che di solito accompagna la narrazione di questi luoghi e dei relativi vini (e che pur apprezzo, alle giuste dosi), per cui piuttosto che sotto gli archi a sesto acuto di un’austera cattedrale gotica, mi è parso di star seduta sotto le volte a botte di un casale, col riverbero del caminetto acceso di cui sopra. Storie e nozioni che hanno trasmesso puntuali l’idea di un bagaglio importante di conoscenza e passione (mi perdonerà il narratore, che ha antipatia per questo termine onnipresente, ma non trovo un sinonimo originale per definire quello che esce fuori dal suo racconto/diario di viaggi).

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Innumerevoli, nel corso di sedici anni, i suoi viaggi in terra borgognona, tanti incontri – per questi in particolare starei ore ad ascoltare – ed altrettanti assaggi, che sedimentano e corroborano anche la capacità di condivisione. In questo lasso di tempo il nostro ospite ha avuto modo di constatare la profonda inversione di tendenza che ha avuto luogo proprio nell’ultimo quindicennio – innescata dal diffuso cambiamento del gusto , dall’influenza della critica del settore e, secondo i locals, addirittura da film di culto come Sideways e Mondovino – inversione che ha trasformato la regione da nicchia per appassionati esperti in archetipo incontestato e globalmente bramato dell’eccellenza vitivinicola, con tutto quel che ne consegue in termini di impennate dei valori fondiari, di investimenti stellari da parte di grandi gruppi finanziari, fino ai ben noti costi iperbolici del prodotto finale; ma anche, in ambito più aderente alle dinamiche economiche interne, del ruolo del négoce, ritornato in parte in mano ai vignerons, che in un territorio così parcellizzato faticano a far fronte alle pressanti richieste del mercato.

Storia, geologia, clima, identità culturale, rispetto della terra, peculiarità e stili di climats e lieux-dits: di tutta questa complessità si è parlato, e con larghezza di dettagli, nel corso di una degustazione che è uscita dai binari canonici dei tecnicismi necessari all’analisi, per diventare punteggiatura essenziale e precisa di un discorso più ampio, senza cesure. Affidati alle abili mani dei nostri sommelier, sei i vini selezionati, tra domaine celebri e piccoli produttori in ascesa, col compito di rappresentare la molteplicità mai totalmente afferrabile della culla del concetto di terroir

Si comincia dai rossi, come usa in loco:

Domaine Marc Roy Gevrey Chambertin “La Justice” 2016. Una vigna su suoli calcarei che dà vini mediamente più fini rispetto agli altri villages di Gevrey Chambertin ed un’annata decimata dalla gelata di fine aprile. Vinificazione con diraspatura totale ed uso misurato del legno, per un risultato di equilibrio e pulizia, frutto succoso e persistente, un insieme aggraziato che contrasta con l’idea di potenza associata ai vini di questa appellation.
Predominanza di marne per il Domaine De Montille Volnay 1er Cru “Les Taillepieds” 2016. Da uve parzialmente diraspate, un Pinot Noir floreale e balsamico, dal frutto elegante; legno più presente ma ben dosato, nota di grafite e tannino affilato, che asciuga il finale. Ho avuto occasione di degustare di recente l’annata 2015, che personalmente ho preferito per il fin di bocca più morbido, ma è un dettaglio in un contesto che mi affascina per finezza. 
Di nuovo matrice calcarea per il Domaine Perrot Minot Vosne-Romanée “Champs Perdrix Vieilles Vignes” 2017. Vendemmia precoce per quest’annata calda e vinificazione a grappoli interi. Intriganti arance sanguinelle, erbe aromatiche ed una vaga nota gessosa, molto persistente e setoso il tannino.
I tre premiers crus bianchi sono introdotti dal Domaine Hubert Lamy Saint-Aubin 1er Cru “Derrière chez Edouard” 2017: da suoli calcarei, naso in cui dominano gli agrumi, seguiti dai fiori bianchi, anice, freschezza e sapidità coniugate alla pienezza di bocca.
Domaine Fontaine-Gagnard Chassagne Montrachet 1er Cru “La Romanée” 2017: paradigmatico del climat per la mirabile armonia di fiori, frutti e spezie, con ampiezza seguita da un finale intenso di pesca matura e lunghissima, coinvolgente persistenza.
Si conclude - e sembra di aver appena cominciato - con il Domaine François Mikulski Meursault 1er Cru “Les Poruzots ” 2016. Da suoli argillo-calcarei, estrema pulizia, freschezza vivificante e lungo finale, elegante e cristallino nell’impronta minerale e agrumata.

Vini emozionanti, che chiedono concentrazione, riflessione e, potendo, esperienze ripetute. Niente rito della votazione stavolta, a ragion veduta. Anche in questo l’esperienza è stata diversa, più immersiva e meno didattica, senza per questo nulla togliere alle appassionanti degustazioni consuete.

Prima di alzarmi rivolgo un muto pensiero ad una figura femminile ultra celebre e celebrata come i suoi vini, perfetta icona della sua terra: “Chère Madame Lalou Bize-Leroy, non credo proprio che avrò modo di incontrarla né di assaggiare i suoi irraggiungibili vini, ma stasera ho avuto la fortuna di conoscere un altro frammento della sua Borgogna e lei, di riflesso, mi appare meno sideralmente lontana”. 
Questa confidenza immotivata è effetto del vino naturalmente, oltre che dell’atmosfera; domani si riappoggiano i tacchi per terra e si abbassa l’asticella dei sogni. Ma da qui a domani…

 

Mariella De Francesco

Fiorentina di nascita, mamma friulana e papà napoletano, entrambi astemi, il solo alcol presente in casa nostra è sempre stato quello rosa per disinfettare. Scopro the bright side of the moon intorno ai trent’anni e da allora è cominciata la festa. Traduco di tutto, ma dalle 19:00 in poi ho un calice in mano al posto del mouse.

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