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Federazione Italiana Sommelier Albergatori e Ristoratori Delegazione di Firenze
Martedì 26 Giugno 2018

Recondita armonia di bellezze diverse: il Chianti Classico e le sue zone d’elezione

Tira aria di bufera sull’area del Chianti storico, e il meteo avverso di questo maggio ballerino non c’entra niente: succede che i due comuni di Tavarnelle e Barberino Val d’Elsa abbiano deciso di accorparsi, dando vita ad una nuova unità amministrativa e territoriale. E fin qui, fatti loro. La querelle nasce sul nome stabilito per il nascituro distretto: comune di Barberino Tavarnelle in Chianti.

Gaiole per il momento tace di un silenzio greve, foriero di nubi che ben presto si addensano sulla testa del Chianti di parte fiorentina, e a rompere le cateratte del cielo, ci pensa Radda in Chianti per voce del proprio sindaco che, testualmente, ammonisce:

"I confini del Chianti non sono negoziabili!...".

Il casus belli, è proprio questo: la minaccia di estensione dei confini del cosiddetto Chianti Classico, stabiliti, secondo la leggenda, in epoca medievale per volontà di due galli neri canterini, e poco rimaneggiati nel tempo.

Se l’astuzia fiorentina ha permesso la conquista di gran parte del territorio del Chianti Classico, la parte più antica per la produzione vinicola resta però quella senese: i vini prodotti a Radda, Gaiole e Castellina possono fregiarsi del nome di vini del Chianti già dal 1716, per volere di un decreto emanato dal Granduca Cosimo III dé Medici, che, oltre ad operare una prima zonizzazione, dispone anche la nascita di un organo di controllo ante litteram che vigili sul rispetto delle norme stabilite.

A tutt’oggi, c’è chi è del parere che queste tre zone (con parte di Greve, originariamente inserita nel decreto di Cosimo III) dovrebbero tornare ad essere le uniche a fregiarsi del titolo di Chianti Classico, polemica che la fondazione nel 2017 del Distretto rurale del Chianti, nato con intenti di pacificazione, pareva aver messo a tacere. Ma, come si sa, a noi toscani la vis polemica non manca, e in tempi di profonde divisioni sociali e politiche che riguardano l’Europa tutta, anche la gestione del nostro piccolo e preziosissimo fazzoletto di vigne chiantigiane, non è così piana e condivisa.

Per fortuna o purtroppo, a noi amanti del vino, la terra interessa non tanto per i confini che la segnano, ma per come si fa grembo alle radici di uno dei vitigni più difficili ed austeri (sarà per questo che proprio qui ha trovato il suo luogo d’elezione, per affinità elettiva col difficile carattere toscano?), diventato icona del nostro territorio, il Sanguis Jovis, che nel Chianti Classico prende il nome di Sangioveto.

Stesso vitigno ma declinato in terreni profondamente diversi, per composizione e collocazione: ed è proprio questa meravigliosa biodiversità che andremo a valutare e considerare nel seminario di tre serate dedicato al Chianti Classico condotto da Giovanni D’Alessandro e Livio del Chiaro.

Da sempre considerato come vino dalle caratteristiche univoche, spesso penalizzato e ingiustamente confuso col famigerato Chianti del fiasco che ancora oggi occhieggia bonario, conviviale e (apparentemente) innocuo dai tavoli di tante trattorie o pseudotali, una bottiglia di Chianti Classico è in realtà l’espressione più caratteristica e peculiare di un vitigno profondamente caratteriale che si innesta su suoli diversi a seconda che ci si trovi a Montefioralle o Radda, a Barberino, Lamole o ancora Gaiole.

Diversità che non si traduce necessariamente in differenza qualitativa o in ghettizzazioni di una zona rispetto ad un’altra, ma che va valutata perché porta alla conoscenza di un’incredibile biodiversità in un fazzoletto di terra che si estende su una manciata di ettari coltivati. Siamo stati bravi finora a non scomodare i cugini francesi che di questo concetto hanno fatto perno qualitativo per la produzione dei loro vini, e nessuno pensi in una volontà di emulazione o sudditanza, ma non c’è termine migliore che spieghi la sostanza della storia: in poche altre zone è così forte il legame del vitigno col proprio terroir. Ecco, l’ho detto: terroir. E non lo rinnego.

Prestigiosa sponda alla nostra teoria, la penna di Monica Larner, miss Wine Advocate, che non più tardi del novembre scorso ammoniva:

 

“In una grande regione vinicola come il Chianti Classico, ogni comune è come un capitolo di un nuovo libro in una narrativa molto più lunga e complessa. A volte è imperativo esaminare i pezzi prima di poter capire il tutto. Non rende giustizia a una regione complessa come il Chianti Classico vederla come un assemblaggio amorfo o indiviso: a San Casciano c’è una sensazione di apertura e di vicinanza a Firenze; a Greve in Chianti sento un fattore quasi selvaggio; a Tavarnelle e Barberino, Poggibonsi, vedo la spina dorsale con un forte potere di produzione e la base del Sangiovese; a Castellina trovo vini dal profilo classico; a Radda sono affascinata dalle altitudini, dalla freschezza, dall’acidità, dai vini longevi; a Gaiole in Chianti c’è la tradizione, torno indietro nel tempo; a Castelnuovo Berardenga c’è questa apertura di luce, di spazi, sembra quasi un vino più luminoso”.

 

Prima serata: esercizi di stile e regole del gioco

Le tre serate saranno condotte in tandem perfetto dagli ottimi relatori: nella prima si avvicenderanno ai motori, le restanti due saranno equamente divise. Livio del Chiaro a rappresentare la parte fiorentina, Giovanni D’Alessandro quella senese.

Anche le soddisfazioni per noi “seminaristi” saranno ben distribuite nel corso delle tre serate, a riprova che piuttosto che di terroir più o meno vocato, per il Chianti Classico ha senso parlare di terroirs con diverse vocazioni e peculiarità.

Circostanza che include al suo interno non solo microclimi e terreni, ma anche le scelte operate dal campo alla cantina da produttori che negli ultimi anni hanno dimostrato grande dinamismo: di portata significativa è stato lo spostamento deciso verso biologico e tecniche di coltivazione e vinificazione naturali.

Nella degustazione partiamo dall’inizio, dal paradigmatico e filologicamente corretto

Chianti Classico 2015 Istine, azienda di Radda in Chianti, che fa parte dunque del nucleo storico della denominazione, e che ha ugualmente impostato la propria filosofia produttiva su uno stile che segue la tradizione: l’affinamento è di un anno in botte grande. L’austera annata 2015 si ritrova nel frutto molto fresco di questo vino: ciliegia, amarena e ribes che cedono il passo a speziatura soffusa di tabacco e pepe nero. Tannini in forma, ottima persistenza per un vino che racconta già di sé ma con ottimo potenziale d’invecchiamento. Chi cerca un Chianti Classico da abbinamento gastronomico ottimale potrebbe già fermarsi qui: l’idea che i bicchieri di questo vino a tavola si potrebbero avvicendare copiosi come le stelle in un cielo di luglio attraversa tutta la sala. Magari non in questi termini, ma il concetto resta valido.

Ci spostiamo di pochi passi a sud ovest e di molte lunghezze nella concezione produttiva: il Chianti Classico 2015 Buondonno rifugge ogni richiamo alla tradizione per abbracciare uno stile moderno. Sangiovese, stavolta spalleggiato dal Merlot, che ha il pregio di riuscire a donare morbidezza nelle annate più ostiche. La macerazione in acciaio è seguita da affinamento in piccole botti di rovere di secondo e terzo passaggio per 10 mesi.

Al naso l’affinamento in rovere di secondo passaggio si annuncia subito sotto forma di aromi intensi di speziatura dolce. Seguono sentori di amarena matura e pout pourry. Pseudocalore accentuato, buon corpo e struttura. Buon equilibrio, anche se in bocca il tannino polveroso penalizza un po’. Non migliorerà le cose un secondo assaggio differito, che farà emergere note fecciose non piacevolissime.

Stesso target, differenze evidenti per primi due assaggi, che giocano perfettamente da contraltare l’uno per l’altro.

Il Chianti Classico Riserva 2014 Val delle Corti sfata egregiamente il mito che la 2014 sia stata un’annata disgraziata tout court. Restiamo nella parte senese, a Radda dove quest’azienda, di stile borgognone, ha fatto dell’eleganza la propria cifra distintiva: aromi fini di petalo di rosa e frutta rossa matura ma fresca. Speziatura dolce e ben distinta, regalata dal terreno di matrice galestrosa: cioccolato e tabacco suadenti in retrolfattiva. In bocca entra deciso, il tannino setoso completa l’estrema piacevolezza. Figlio di piccola produzione elaborata con cura sartoriale, risulterà il vino più apprezzato della serata.

Ormai ci stiamo prendendo gusto: altra capriola nelle diverse affinità del Sangiovese, per un continuo saliscendi fra finezza e potenza, aromi e struttura.

L’azienda Losi si trova nell’estrema propaggine meridionale del Chianti Classico, in quel di Castelnuovo Berardenga, e ci apre le porte alla conoscenza della tipologia “Gran Selezione”, ancora un po’ oscura perché di recente conio (introdotta solo nel 2013), ancora un po’ dibattuta, perché i vini che rientrano all’interno di tale categoria non hanno sempre l’omogeneità qualitativa che giustifichi prezzi spinti ben oltre quelli spuntati da una buona riserva.

Il Consorzio ha stabilito una retroattività, permettendo alle aziende di imbottigliare come Gran Selezione i vini inizialmente destinati alle Riserve, che presentassero caratteristiche specifiche e congrue: il Chianti Classico Losi Gran Selezione 2010 rientra fra i fruitori della possibilità. 90% Sangiovese ed eque parti di Canaiolo e Malvasia Nera, il percorso di questo vino è tortuoso: macera in acciaio, svolge la malolattica in cemento, affina tre anni in botti grandi di rovere, si stabilizza in bottiglia per sei mesi prima d’arrivare nel nostro bicchiere.

L’intenso colore quasi granato è tipico dei vini prodotti in questa zona: speziatura imponente, aromi intensi di marmellata d’arancia rossa, rabarbaro, liquirizia. In bocca entra voluminoso e rotondo, importante l’acidità. Il tannino ben polimerizzato completa il quadro di quest’ottima Gran Selezione, giocata su speziatura e potenza.

Di Fontodi degustiamo il Chianti Classico Gran Selezione “Vigna del Sorbo” 2014, Sangiovese in purezza proveniente da vigne vecchie di 40 anni, racchiuse in un piccolo bosco posto nella cosiddetta “Conca d’oro” del Chianti Classico, Panzano in Chianti. Qui il canone è l’elaborazione di vini dal colore intenso, robusti e potenti, data l’esposizione estremamente soleggiata che porta le uve a maturare con estrema facilità: purtroppo in tempi di cambiamenti climatici questa circostanza non ha più valenza esclusivamente positiva.

Il richiamo dello stile produttivo di questa Gran Selezione è a quello dei Supertuscan, si mira cioè al raggiungimento di un “gusto internazionale”, e se questo sia un bene o meno lascio deciderlo a chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui.

Amarena, frutta nera, nota balsamica e speziata spinta, vaniglia, l’uso del legno c’è e si fa sentire. Pieno in bocca, morbido, il tannino è piuttosto fine. Grado alcolico importante, 14,5°.

L’ultimo vino ha il sapore edificante della rivalsa: ci insegna che non tutte le disgrazie son destinate a restare tali: proviene sempre dalla Conca d’oro, ma dal versante considerato sfigato, d’esposizione svantaggiata, dove le uve maturavano con difficoltà e si piantava malvolentieri. Fino al grande spettacolo in atto del cambiamento climatico cui prima si accennava, che sta oggi rimescolando le carte.

E all’azienda Le Cinciole, posta in posizione apicale a 470 metri d’altitudine, pare sia uscita una buona mano stavolta: prodotto fuori dall’egida del Consorzio l’IGT Toscana Petresco 2013 proviene da una piccola vigna circondata da bosco, elaborato in sole 3000 bottiglie annue. Fermenta in cemento, affina per due anni in barriques: soffusa nota boisé, marmellata di frutti rossi, vaniglia, cacao, tabacco dolce. Importante mineralità, entra rotondo in bocca, morbido. Tannino piacevole, ottimo potenziale d’invecchiamento.

Si conclude il primo round, già ricco di input: abbiamo avuto una panoramica generale sulle due parti in gioco, senese e fiorentina, una che gioca sulla finezza, l’altra sulla potenza, anche se ruolo importante hanno avuto i diversi criteri produttivi applicati da ogni singola azienda.

Valentina Pizzino

Nata a Firenze da una famiglia di astemi, non ha mai dubitato che nelle sue vene scorresse Chianti. Lavora fra i libri, ma gli scaffali che preferisce sono quelli delle enoteche. Il suo centro di gravità permanente è sempre ruotato attorno a una bottiglia.

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