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Federazione Italiana Sommelier Albergatori e Ristoratori Delegazione di Firenze
Venerdì 27 Luglio 2018

Seminario Chianti Classico parte III - l’altra metà della mela, il Chianti Classico di parte senese

Dominus della degustazione Giovanni D’Alessandro, dalle cui parole traspare evidente l’amore per questo microcosmo di terreni e territori, di cui pare conoscere ogni anfratto: capace di osservare con gli occhi della mente e del cuore, e di restituirci un racconto che spazia dalla più rigorosa e colta accademicità ai ricordi di un ragazzo che studiava su un tavolino all’ombra di un bar chiantigiano, sorseggiando i primi bicchieri di Chianti Classico, marchio indelebile nella futura memoria olfattiva.

Partiamo dal cuore pulsante della zona senese, il nucleo più antico, dove tutto ha avuto origine: patria del barone Ricasoli,  Gaiole in Chianti ha colline che spiccano fino a 800 metri s.l.m. e un’ estrema eterogeneità di suoli.

Castello di Brolio, Badia a Coltibuono, Castello di Cacchiano, San Giusto a Rentennano solo solo alcune aziende che rendono questa zona blasone e vanto del Chianti Classico tutto.

L’azienda agricola Monterotondo si trova sul versante valdarnese: il Sangiovese coltivato a 600 m d’altitudine in regime biologico, sconta un’acidità eccessiva, che impedisce la vinificazione in purezza. Canaiolo e Malvasia nera entrano dunque nell’uvaggio del Chianti Classico Vaggiolata 2015, il cui colore granato carico annuncia un vino poco tipico di Gaiole: frutta rossa, pout pourry e speziatura spinta, dati oltre che dal legno, anche dall’annata particolarmente calda. I margini di miglioramento non mancano, anche se l’acidità risulta un po’ seduta.

Maurizio Alongi, enologo con la tentazione di mettere le mani in pasta, ha cercato per diversi anni una vigna su cui cimentarsi finché in un assolato pomeriggio d’inverno si è imbattuto in due piccoli vigneti circondati da boschi e benedetti da una splendida biodiversità, località Barbischio, vicino Gaiole in Chianti. Quello che è successo poi, potrebbe diventare storia, dato che il primo vino prodotto, il Chianti Classico Riserva Vigna Barbischio 2015, ha tutte le premesse per diventare il “Chianti Classico del terzo millennio” (cit. D’Alessandro).

Sangiovese, malvasia nera e canaiolo, per una riserva elaborata da cru aziendali: naso complesso e variegato di viola e frutta tresca, note minerali mentolate, liquirizia, sentore terroso. Tannino ancora irruento che il tempo saprà levigare. Sapido, fine, lungo, fa intuire un ottimo potenziale d’invecchiamento.

Due espressioni del tutto diverse dello stesso territorio, e l’obiettivo di questo seminario è pienamente raggiunto: nessuno di noi se ne stupisce, il concetto di felice biodiversità di terreni e climi è ormai diventato nostro.

Castellina in Chianti, zona i cui vini mediano le caratteristiche fra quelli di Radda e Gaiole, riscontra un’ulteriore divisione interna, con due zone produttive diverse per altitudine e terreni: qui si trova Villa Pomona, 5 ha a 350 metri d’altitudine. Il Chianti Classico 2015, giovane ma già accessibile e gastronomico, caratteristica ricorrente dei vini di Castellina, ha aromi fini di piccoli frutti di bosco, rosa, viola. Buona mineralità, corpo snello se paragonato ai due vini precedenti e piacevolezza estrema di beva. Freschezza spinta, tannino ancora da levigare, buona persistenza.

Crocevia fra la Pesa e l’Arbia, “Radda è un cocuzzolo di alberese, duro come la testa dei raddesi” (cit. Michele Braganti, Monteraponi).

Da queste premesse nascono vini scontrosi, che si fanno apprezzare nel tempo, molto minerali, data la zona ricca di scheletro.

Un tempo climaticamente svantaggiata, è un’altra delle aree che stanno inaspettatamente traendo beneficio dai cambiamenti climatici in atto.

Il Chianti Classico 2015 Monteraponi si apre al naso con forti sentori eterei che solo successivamente lasceranno spazio ad aromi di violette, mirtillo e fragoline di bosco.

Bocca più convincente del naso: vino territoriale, che esprime anche la difficoltà dei vini di questa zona nel raggiungere piena maturazione; ancora un po’ acerbo, il tempo gli sarà galantuomo.

Castelnuovo Berardenga è l’estrema propaggine meridionale del Chianti, in cui si alternano arenarie, alberese e argille di vari tipi su terreni a tendenza arida rinfrancati da piccoli corsi d’acqua che confluiscono nell’Arbia.

Si abbandona l’austerità di Radda e la finezza di Gaiole a favore di vini che puntano su corpo e struttura potente, tendenzialmente morbidi, molto alcolici.

Castell'in Villa con i suoi 54 ha di vigne è un’azienda di grandi dimensioni alla ricerca di un gusto che accontenti palati trasversali, ma senza scendere necessariamente a facili compromessi: l’uso del legno è molto ragionato e mediato da lunghi affinamenti in botte grande. Il Chianti Classico 2013, annata ora disponibile, a riprova della filosofia produttiva slow, ha grande impatto olfattivo, con frutto polposo e note terrose, ematiche e di sottobosco. Fresco, equilibrato, persistente in bocca, non rinuncia alla finezza d’espressione, un po’ a discapito della potenza che ci aspettavamo nel bicchiere. Non esattamente paradigmatico della zona, ma di piena e totale soddisfazione per naso e palato: strapperà a degni concorrenti il titolo di miglior vino della serata.

L’ultimo brivido, e non per questo meno vibrante, ce lo regala il vino misterioso, proveniente da una cantina storia, mito e leggenda insieme del Chianti Classico, quella che per prima ha osato alzare la voce contro il Consorzio che imbastiva regole che gli stavano strette, e poi alzare i tacchi e uscirne, esempio e guida per molti altri venuti dopo: Montevertine, azienda che, nonostante i 50 anni suonati d’attività, segna ancora un passo importante nella definizione di quello che è un vino del Chianti Classico, a prescindere dall’avallo dato dalla DOCG.

L’IGT “Pian del Ciampolo” 2015, Sangioveto a dominare e poi canaiolo e colorino, ha la stoffa di un piccolo (causa l’ingombrante fratello maggiore) grande vino del Chianti Classico: bel rosso rubino intenso, il naso è dominato dalla finezza dei frutti di bosco, ribes e mirtillo, rabarbaro, liquirizia e soffusa speziatura. In bocca è verticale, diretto, fresco, finale piacevole e persistente. Un bicchiere da cui traspare il carattere e la stoffa di una chiara filosofia produttiva, che raggiunge le vette dei massimi livelli col ben noto “Le Pergole torte”.

L’ultima serata del seminario volge al termine: il viaggio è stato lungo, appassionante, impegnativo: mi sento come Dorothy nel Mago di Oz, ma, anziché sbattere le mie scarpette d’argento, è bastato assaporare bicchiere dopo bicchiere i vini scelti da Livio e Giovanni per compiere un meraviglioso viaggio in un luogo finora e ai più sconosciuto ad un livello così profondo, eppure così vicino.

Galli e partigianerie medievali a parte, penso che abbia senso suddividere in zone questa parte di Toscana baciata da Dio per meglio comprenderla e valorizzarla nelle differenze che diventano valore aggiunto.

Ugualmente però, sarebbe un peccato dividerla amministrativamente, creando rivalità e tensioni interne che avrebbero l’unica conseguenza di indebolire l’immagine di un territorio che si avvia a diventare Patrimonio dell’Umanità Unesco.

Titolo che, se arriverà, non premierà solo la bellezza paesaggistica mozzafiato, ma anche quest’uva austera, difficile e poco plasmabile, e i vini che da lei derivano: il Sanguis Jovis,  linfa che scorre e dà vita a queste dolci colline.

Valentina Pizzino

Nata a Firenze da una famiglia di astemi, non ha mai dubitato che nelle sue vene scorresse Chianti. Lavora fra i libri, ma gli scaffali che preferisce sono quelli delle enoteche. Il suo centro di gravità permanente è sempre ruotato attorno a una bottiglia.

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