12 giugno 2016

Nel cuore dello Champagne

Nel cuore dello Champagne

Ci alziamo presto come le galline, ma questa volta andiamo nello champagne 

Ci alziamo prestissimo visto che l’appuntamento col pullman è per le sei nonostante i tanti impegni della sera prima (sono andato a letto alle 01,00 dopo la lezione a Firenze Sud), l’immancabile ritardatario ci trattiene un po’, ma gli vogliamo bene e sarà di spunto per il tormentone dell’intera gita, ”sempre voi…eh”
Il viaggio scorre via tranquillo con le consuete soste di rito e nel tardo pomeriggio arriviamo finalmente alla prima vera sosta, Beaune, il cuore della Borgogna (ma non andavamo nello Champagne?).

A cena a Beune: 21 Boulevard
L’ intima sala illuminata suggestivamente da candele, proprio nella cave à vin  fa presagire una serata veramente interessante, soprattutto quando si guarda la carta dei vini.
L’antipasto è una specialità locale: il prosciutto al prezzemolo con la sua senape. Il vino scelto da Aldo è una gioia per il palato e l’abbinamento è più che azzeccato. Santenay premier cru “Le Beaurepaire” di Vincent Girardin accarezza la bocca con agrumi che ammiccano fra i fiori di ginestra e di acacia. Sapido e con note erbacee spiccate, riempie la bocca e rimane, rimane, rimane. Spettacolare!
Il servizio è attento e, anche se il Satenay ci rimane a lungo in bocca, nel bicchiere un po’ meno e si passa quindi al vino scelto per accompagnare il secondo piatto: Domaine A&P de Villaine, Mercurey des Montots.
Le tagliatelle di contorno al piatto, servite ad un gruppo di italiani ci fanno storcere un po’ il naso, ma non dura molto perché il loro spezzatino à la bourgignon ci fa dimenticare anche lo scarso senso dell’umorismo della cameriera. Il Pinot noir risente un po’ dell’annata difficile (2014 anche qui duro) ma il leggero fondo amarognolo si sposa a perfezione con il cioccolato fuso usato per la preparazione del piatto.
La prepotenza del sapore dei formaggi tipici (Délice de Pommard, Epoisses, Citeaux) sovrasta un po’ il vino, ma a noi piace, eccome!

Prima giornata di degustazioni: avanti tutta

Fleury Perè et fils

Prima delle cantine visitate, tappa intermedia che arriva a Courteron. Siamo nella regione dell’Aube, Cote de Bar e abbiamo attraversato mezza Francia tra colture infinite. Biodinamici fieri dal 1989, producono champagne da 4 generazioni iniziando a piantare Pinot Noir subito dopo le distruzioni della fillossera. Si parte la visita con ampie spiegazioni sui concetti della cultura secondo i dettami classici di Rudolf Steiner e sull’uso sei sui due prodotti base, il corno letame e il corno silicio con tanto di “presentazione” di un magnifico cristallo di quarzo, di un corno di mucca e di barattolino di letame. Sono 4 vini in degustazione: dal classicissimo Blanc de Noirs, alla cuvée Fleur de l’Europe sempre a prevalenza PN, per passare al Rosé de Saignée che rimane in macerazione delle uve non pressate per un giorno, per finire con la cuvée Robert Fleury dove oltre all’impiego dei tre uvaggi classici dello champagne si recupera anche l’uso del Pinot Bianco per un buon 30%.
Le rese in vigna sono quelle che troveremo un po’ in tutte le visite, tra i 100 e i 120q/ha. Le vigne basse, attaccate al suolo, con impianti su filari pari 90x90cm che garantiscono le 10000 piante per ettaro. Alta mineralità dei terreni kimmerdiggiani e frutto del pinot noir si fondono in vini di grande eleganza e alla stesso tempo carattere da vendere. Puliti e eleganti a dispetto di chi giustifica i biodinamici dicendo che è naturale che possano avere qualche “puzzetta”. La Cuvée Fleury attacca morbida prima al naso e poi in bocca con fiori freschi bianchi di acacia. Si apre ampia in bocca cedendo pian piano il passo al frutto deciso dei due pinot per terminare con la frutta secca,  il miele e la fragranza dei biscottini appena sfornati in pasticceria. Tripudio sensoriale perfettamente integrato ma non fuso, con note distinte e di carattere deciso. L’immagine della proprietaria orgogliosa del suo corno in mano rimarrà a lungo con me, nei miei ricordi.

La prima vedova
La degustazione è stata guidata da due donne: la proprietaria, veuve Fleury (veuve significa vedova. Quante ne troveremo!) e una sua dipendente che, tra l’altro, per pura passione parlava italiano. Il risultato si è visto anche nei numerosi vassoi di “gougères au fromage”: deliziosi bigné ripieni al formaggio, specialità culinaria della Borgogna e precisamente di Flogny-la-Chapelle, in cui tutti gli anni a maggio si festeggia la “Fête de la Gougère”. Gli ingredienti sono semplicissimi: un impasto bigné a base di farina, acqua, uova e burro, a cui viene aggiunto il formaggio (Gruyère o Comté) ed un pizzico di noce moscata. Sposandosi molto bene con lo champagne, vengono spesso proposti come abbinamento durante le degustazioni. Una delizia!

Bonnaire e Clouet

Frutto d’amore, del matrimonio dei rampolli delle due aziende. Ci siamo spostati a Cramant (Bonnaire) nella Cote de Blancs con la possibilità di interagire anche con i vini di Bouzy (Clouet) a sud della Montagna di Reims. Uno spettro completo di Champagne da due villaggi Grand Cru nelle rispettive zone. Sono 6 gli champagne che ci aspettano, quattro di Bonnaire e i rimanenti di Clouet. Tra tutti gli ottimi i millesimati 2006 Blanc de Blancs di Bonnaire e il 2008 a forte maggioranza PN di Clouet. Agrumi canditi, burro nocciola e gesso per il primo, freschezza finezza e buon corpo il secondo. Ancora una volta regna soprattutto l’eleganza e un perlage fine e cremoso. La persistenza piacevole di entrambi regala una grande bevuta ricca di note evolutive nel finale. Ciliegina sulla torta il Ver Sacrum con i suoi 6 anni di affinamento sui lieviti, limpido e puro nei suoi aromi, una cornucopia di profumi tipici e delicati di agrumi e spezie, perfettamente armonizzato con classe dal tempo.

Matrimoni di interesse?
Parliamoci chiaro: se io mi chiamo Jean Louis Bonnaire, ho 22 ettari di vigneto sparsi per la Côte de Blancs, posso, sì, invaghirmi, di un’avvenente sommelier italiana che viene a visitarmi con una prestigiosa associazione fiorentina, ma poi chi mi sposo?  Mi vado a cercare la discendente di una Maison fondata nel 1907 da Paul Clouet, con i vigneti di pinot noir a Bouzy, paesino della champagne classificato Grand Cru e, con la mia Marie Thérèse, fondo una bella maison che si chiamerà Bonnaire et Clouet. E mi dimentico del “coup de foudre”, credetemi.

Veuve J.Lanaud

Ci spostiamo a metà pomeriggio ad Avize nel cuore della Côte de Blancs. Ottanta anni di storia, 12ha di vigne, Una bella cantina scavata nel gesso con tanto di statua in miniatura di Dom Perignon a difendere le cripte buie colme di bottiglie su pupitre, in cataste sur lattes, e in equilibri innaturali sulle punte, sui tappi a corona con bidule. Sette gli champagne in degustazione che coprono un po’ tutta la gamma di prodotti. Oramai abbiamo visto un po’ tutti i macchinari usati in cantina per la spumantizzazione, dalle presse antiche (pressoirs) in tini di legno aperti ammodernate idrauilcamente, alle classiche moderne da 4000lt per la pressatura soffice. La macchina per il Degorgement à la Glace e per il successivo dosaggio in automatico. In generale ricchi al naso, con perlage medio, talvolta graffiante, prepotente. Passiamo da uno all’altro con l’avidità dei bambini alla scoperta del mondo. Da queste parti le bottiglie sostano nelle ghiacciaie per i gelati e inizialmente i vini sono un po’ penalizzati, difficili da gustare a quella temperatura. Elegante e complessa la Riserva 2011 assemblata con le più belle parcelle di chardonnay, rotonda e fruttata, la premiatissima Cuvée de Petrosses floreale e minerale e per finire la Cuvée Marie Josephine dedicata al fondatore della maison, burrosa e agrumata, ricca di terziari, di albicocche e boisè, ben sostenuta da freschezza e mineralità.

La sorte dei mariti vigneron
E’ il 1919, mi muore il marito, J Lanaud. Che faccio? Fondo una maison e la chiamo Veuve (vedova) Lanaud. Ognuno reagisce al dolore come può. Guardate la vedova Cliquot,che già nel 1772 aveva capito tutto.

Seconda cena: Reims L’Alambique
Antipasto: Quaglie disossate e funghi pratalioli in salsa leggera alla senape di Reims, insalatina dell’orto e ovetto di quaglia. Vino scelto: Puilly Fuissé Domaine Sylvie et Gilles Guerrin 2014. Tutto perfetto.
Piatto principale: filetto di petto d’anatra con salsa ai funghi, verdurine e puré di sedano.
Vino scelto: Les Argillats, Nuits Saint Georges Vielles Vignes 2012. Era buono? Mah, il nostro, purtroppo, sapeva di tappo e non ne avevano più. Da un assaggino all’altro tavolo sembrava strepitoso, ma noi abbiamo avuto uno shyrah della valle del rodano di Lionel Faury che, anche se sovrastava leggermente il magret de canard (molto pepe), con il piatto di formaggi che è seguito ci stava di incanto.
E siccome non se ne ha mai abbastanza ci siamo rinfrescati la bocca anche con il dessert:
Delizia ai biscotti rosa (vedi nota su De Carlini) di Reims con gelato al pistacchio e mousse di lamponi.

Seconda giornata: una giornata sempre di rincorsa

Diogene Tissier & Fils

Il secondo giorno si apre alla grande nella Valle della Marna, patria del Pinot Meunier, per la precisone a Chavot-Courcourt. Maison fondata nel 1931, grande attenzione per le vendemmie per ottenere champagne di grandissima finezza ed eleganza pur privilegiando la potenza del frutto. Bel personaggio, di quelli da passarci la giornata anche se hai il tempo contato. Sorride anche con gli occhi dimostrando tutta la passione che poi ritroveremo nei suoi 4 vini che ci presenta in degustazione. Perlage finissimi e cremosi, mai uno spigolo, fini in ingresso si aprono meravigliosamente in bocca scaldandosi e regalando trame di composte di mele e pere, di pan brioche, di dolci con canditi di agrumi. Champagne soavi con finali lunghi e gioiosi dove si presentano nocciole e bergamotto. La miglior espressione. Difficile da trovare un vincitore ma la lotta si concluderà in ex-equo sul filo di lana tra la Cuvée de Réserve (25% di Meunier) e il Saveur de Juliette (70% di Meunier). Grandissimo rapporto qualità/prezzo!…e poi il Meunier mi piace!

Marketing
Vincent, il nipote di Diogene, fondatore nel 1931 di questa maison, è un attivissimo promotore del suo prodotto, tanto che ha anche, di recente, organizzato un concorso di fotografia dal titolo “merveilles du monde” in cui i partecipanti dovevano fotografare le sue bottiglie su sfondo bucolico. Bellissima quella della bottiglia inclinata con cascata in sfondo che dà l’impressione di sgorgare proprio dalla bottiglia. Una nota speciale va anche alla sue dimostrazione di rémuage sur pupitres.

Lucien Leblond

Ci spostiamo a piedi per la seconda visita, cinquanta metri più su lungo la strada. Atmosfera di altri tempi dove ci accoglie la proprietaria col suo cappello bianco, il marito e una coppia di amici, lui di origine italiana, invitato appositamente per aumentare l’ospitalità insieme al vocabolario di italiano appoggiato sul tavolo per sicurezza. Unici! Ci attenderanno qui oltre ai soliti ottimi 6 champagne anche dei meravigliosi stuzzichini salati appositamente preparati. Accoglienza a grandi livelli! Récoltant Manipulant da cinque generazioni, si vede la passione e la cura che dedicano a tutti i dettagli a partire dai vini ma anche a quello che li circonda. La gamma che ci presentano è completa e la scelta dei nomi è tutto un programma, Tradition, Intuition, Sélection, Sensation, Émotion e Millésime. Nei primi due spicca il Meunier con la sua frutta in confettura, le spezie dolci, i fiori secchi e le scorze di agrumi. Il Sensation è vivo con un attacco brillante, chardonnay puro che rimbalza gioioso in bocca, fine ed elegante. Si sale con Émotion, PN di gran classe, composta di mele e pompelmo, frutta esotica con un finale che ricorda l’anice del Pastis. il Millesimato è potente e strutturato, entra dritto come un fuso, fiori bianchi di acacia, agrumi e spezie, fino al legnetto di liquirizia che torna nel finale lungo e persistente. Accoglienza e grandi vini allo stato puro!

L’amico di Follonica
Pensateci bene prima di andare a trovare i Leblond come amici. Se sei di origine italiana ti mettono a fare da traduttore, anche se non lo parli da quando eri in fasce, se sei una donnina brava in cucina  vieni messa a sfornare manicaretti a tutto spiano, altro che. Perché per creare tutte quelle delicatessen secondo me la signora era lì dall’alba. Un tripudio di feuilletés: salmone, formaggio, capperi acciughe, pomodoro… continuavano ad arrivarci in profusione, Finale in bellezza con i bouchons allo champagne: dei dolcetti con pasta  madeleine non troppo dolce e con champagne nell’impasto. Accoglienza generosissima (gli amici ho visto che stavano preparando le valigie).

Pascal Redon

Trepail e la Montagna di Reims, qui la ”confusione sessuale” che si usa in vigna non funziona e le dolci sommelier in gita hanno svariati sussulti alla presenza dei barbuti vignerons, un po’ hipster, un po’ maestri di sci, sicuramente pelosi, ma non importa…grandissimi vini e ottima ospitalità. La cantina semplice è scavata fonda nel gesso, nelle craie. Una meravigliosa pressa tradizionale fa sfoggio di se stessa nella sala di ingresso. Si arriva anche 15 metri sotto da queste parti, il terreno è solido e compatto e le vigne si nutrono di questa grandissima mineralità. Sono due le linee di produzione, una per il padre e una per il primo dei due fratelli, e non vorrei fare torto a nessuno anche perchè il livello qualitativo è davvero molto alto. 80% chardonnay e 20% PN sono le percentuali dei due cépage. Solo due piccole note per i miei due preferiti, Cuvée Diaphane Blancs de blancs, burroso come solo uno chardonnay di gran classe riesce ad essere, elegantissimo, miele e fiori bianchi, nocciole profumate e una nota boisé perfettamente amalgamata che esce solo nel finale e Brut Millésime 2008, naso esplosivo e complesso, in bocca carnoso, caldo, dove il PN anche se in piccolissima percentuale marca in maniera indelebile il carattere del vino.

Charme?!
Non posso non cogliere una piccola nota di gelosia nei commenti di Aldo riguardanti i giovani hipsters- vignerons i quali, non solo hanno destato le attenzioni delle nostre giovani sommeliers, ma hanno parlato delle loro vendemmie come di autentici festini in cui, a detta loro, si sa quando iniziano ma non quando finiscono. Ah, la jeunesse! Immagina, Aldo, i fiumi di ottimo champagne che scorrono durante quelle serate allegre.

Jean Yves de Carlini

Fine serata, arriviamo a Verzenay in piena Montagna di Reims tardissimo ma ci aspettano e passiamo dritti in degustazione senza tanti preamboli. Solo dopo renderemo omaggio al meraviglioso mulino a guardia di una distesa infinita di vigne. I prezzi a listino sono molto validi, competitivi e invitanti ma purtroppo le percezioni in degustazione non corrispondono come soddisfazione. Stranamente ci servono lo champagne, tutte le cinque referenze, in bicchieri simili a quelli che usava mia nonna per il rosolio, stretti e corti, démodé, in linea con le etichette di altri tempi che stanno sulle bottiglie. Il naso è inesistente un po’ per le temperature polari, un po’ perché la forma del bicchiere sicuramente non aiuta. Chissà perché penalizzano così il loro prodotto. Pensare che siamo veramente a due passi dal magnifico mulino, simbolo dello champagne, che si staglia contro il cielo orgoglioso della sua terra. Qui abbiamo imparato una cosa importantissima, che non basta il nome di un comune Grand Cru per fare un grande prodotto. Ho comprato comunque qualche bottiglia per poterlo sentire con calma, rilassato, alla giusta temperatura e con un bicchiere degno di essere chiamato tale.

Meglio i biscotti o lo champagne?
Era italiano il bisnonno De Carlini ed era venuto in Francia a fare il muratore. Ora hanno 8 ettari di vigneti sparpagliati tra i Grands Crus di Verzenay, Verzy, Beaumont sur Veslie e sui Premiers Crus di Ludes, Rilly la Montagne e Villers Marmery. Comme quoi...
Durante la degustazione abbiamo potuto assaggiare i famosi Croquignols de Reims, parenti stretti dei Biscotti Rosa di Reims, prodotto di punta di una storica Maison di Reims (tutte maisons) c’est à dire la Maison Fossier, fondata nel 1756, sotto il regno di Luigi XV e fornitrice di patisseries a molti re di Francia. Leggermente meno dolci dei Biscuits Roses, i Croquignols dovrebbero sposarsi meglio con una degustazione di champagne, ma proprio le note amarognole in retrogusto penalizzano le note più dure degli champagnes servitici a temperature polari. Abbinamento non troppo riuscito.

Terza cena: Reims “Le Pavillon CG”
Dopo una serie di stuzzichini arriva l’antipasto che è un uovo cotto lentamente, servito con pisellini e una schiumetta non ben definita. Era buono, ok, ma forse non soddisfaceva appieno gli appetiti dei commensali che, dopo la colazione, avevano sgranocchiato giusto qualche crackers, tant’è che una volta terminato il piatto ci si guardava con occhi famelici. Il servizio algido come l’aspetto del piatto.
Piatto principale: filetto di merluzzo su letto di risotto primavera. Buono, delicato, ancora quella schiumetta sopra che ha scatenato le nostre ilarità, ma niente da dire sul gusto. I piatti avrebbero chiamato, forse, la bollicina, ma ne avevamo già degustati a profusione, di champagnes e, per cambiare, siamo andati in Côte Du Rhône ma questa volta con dei bianchi.

La terza giornata: sulla strada di rientro per Beaune

Gimonnet-Oger (Jean Luc Gimonnet)

Arriviamo a Cuis (1er Cru), Côte des Blancs, di buon ora, dove ci attendono amici distributori che ci faranno da guida. La cantina è ricca di strumenti antichi, strumenti per la pulizia, per il dégorgment, per il dosage. Si parte con un vin clair, il vino base che poi sarà assemblato in cuvée. Esperienza emozionante e allo stesso tempo piacevole. Lo chardonnay a questo livello esprime una freschezza e una mineralità gessosa esagerata e un agrumato pungente del limone. Sarebbe bello farlo elevare in bottiglia per capire come un tale nerbo possa sostenere l’evoluzione del vino. Inizia il giro di champagne in degustazione, tutti estremamente eleganti e con dosaggi molto bassi per scelta del vigneron. I dosaggi bassi non ingannano e se il vino non è fatto magistralmente sono schiaffi e rasoiate in bocca. Quattro gli champagne, Grand Réserve Brut,  Sélection Blanc brut e Millesimato 2002 pas dosé (sboccato alla volée davanti a noi) e Brut. Dritto e vivace il primo, di grande freschezza ed eleganza raggiunge l’equilibrio grazie al dosaggio. Frutto croccante il secondo, entra cremoso in bocca e si apre tra fiori e miele. Grande carattere e persistenza. Il millesimato pas dosé è una crema morbida e vellutata che accarezza la lingua con la sua bolle quasi invisibile. Tagliente e pietroso ma mai spigoloso, agrumato e ricco di fiori bianchi tenui del biancospino. Quattordici anni invisibili al naso e al palato. Sembra un ragazzino scalpitante che aspetta il sorso per correre a rotta di collo giù per la bocca. Il dosaggio lo equilibra ma senza appiattirlo e aggiunge qualche leggera nota di burro fresco, di miele e di frutta secca. Le nocciole come sempre la fanno da padrona. Jean Luc è un po’ una mosca bianca da queste parti e si capisce che viene abbastanza isolato per il suo modo di definire lo stile dei suoi vini, ma personalmente adoro queste espressioni fini e gioiose, in grande armonia di tutte le componenti.

A la Volée
Quando vediamo le immagini del dégorgement à la volée sui manuali, ci si immaginiamo grandi spruzzi che vengono espulsi, lasciando la bottiglia mezza scolma, mentre nella realtà la mano esperta di Monsieur Gibonnet ne ha fatto perdere solo qualche goccia. Et voilà la volée.

Pierre Gimonnet

Cento metri a piedi giù per la collina nella stretta strada che costeggia le vigne e arriviamo a questa elegante maison. Si vede la differenza dovuta alle dimensioni e quindi al giro di affari, 28 ha contro i circa 8 ha della precedente, ma lo champagne non si fa con le quantità, si fa anche e soprattutto con la passione. Il titolare guiderà la degustazione, elegante e compunto come i sui vini, puliti, precisi, perfettamente ordinati. Ogni particolare è curato e sta esattamente lì dove dovrebbe essere. Come tutte le cose maniacali non sprizza simpatia, ma non sarebbe giusto fare un torto ai suoi vini, 6 etichette che ci offre in degustazione. Brut è la parola d’ordine in champagne e qui manifesta il suo significato. Grandissimi equilibri nella ricerca della più alta eleganza. Lo stile universale delle grandi maison. Cuvée Cuis 1er cru, vivace leggero e puro. Ottimo per un aperitivo, Rosè de Blancs, cuvée blanc de blancs a cui si aggiunge vino rosso di Bouzy per arrivare ad un bel rosato, cremoso, minerale e agrumato. Alla cieca sicuramente si scambierebbe per un bianco. Oger Grand Cru è l’unico da singola zona, realizzazione anomala per la maison. Sarà suggestione ma il non essere uniformato lo rende intrigante, intenso e di carattere. Fleuron 2009, solo nelle grandi annate, non spicca in qualcosa di particolare ma dimostra quanto le cuvées possano incidere nello stile di uno champagne dando precisa identità. Oenophile 2008, il mio preferito, non dosato ma lo stesso elegante, un abito bianco, ricco di merletti, con uno spacco vertiginoso che però rimane sempre perfettamente al suo posto. Immutabile. Si termina con lo Special Club 2010, cambia il nome ma lo stile è scolpito nella roccia. Vini di riserva di oltre 40 anni. L’incarnazione del sogno del proprietario.

Chi sarà stata mai?

Aldo ha già menzionato la grande simpatia di Monsier Gimonnet, quindi lasciamo correre, in compenso avrei voluto veramente schiaffeggiare la... moglie? segretaria? Che, a mezzogiorno passato, con la bocca che salivava, proprio come voleva che i suoi vini facessero (cit. regola numero 1: il mio champagne deve avere una gran freschezza...jawohl!), ogni volta che ci serviva diceva: ah questo ci starebbe benissimo sul formaggio tale, o ancora meglio su quest'altro etc... etc... ma portarcene qualcuno?

Drappier

Ultima cantina (già finito?!?!?!) di nuovo nell’Aube, ad Urville. Unmilioneseicentomila bottiglie. Accoglienza esemplare decorata da velluti rossi, tini scintillanti, bottiglie immense Melchizédec da 30 lt che devono essere servite tramite un macchinario da loro inventato che permette di gestire l’inclinazione di 60 kg di bottiglia, uovo di legno di forma perfetta, forse creato da menti aliene, che garantisce un misterioso flusso interno del vino. Sembra di stare in una favola, una di quelle a lieto fine dove si assaggiano solo grandi Champagne. Mancava solo un Hobbit a far capolino fra i tini nel profondo della cantina!
Proprio la cantina fa bello sfoggio di se stessa, pulita, ordinata, storica visto che anche qui il frate di turno, San Bernardo da Clairvaux, ci ha messo lo zampino (1100 dc). Probabilmente la miglior cantina vista da un punto di vista estetico e sicuramente tra le migliori anche qualitativamente. Il proprietario ci accoglie in degustazione insieme al figlio, saltellando tra gruppi vari di immancabili cinesi giunti da Macau. Quattro sono i vini di altissimo livello.  Prima sorpresa uno champagn, brut nature senza solfiti e non so come mai ogni volta che mi imbatto in queste meraviglie mi viene voglia di offrire una bevuta a chi…”il biologico ha da’puzzà !”. Vorrei trovare il tino e entrarci dentro a testa in giù ma non me lo permettono. Segue a ruota sempre un nature, ma questa volta rosato. Un colore da innamorarsi, antico, elegantissimo, Saignée, non filtrato perfettamente brillante. Petali di rosa e pepe bianco a non finire. E’ la volta del classicissimo Carte d’Or, etichetta ben nota che scimmiotta nel suo arancione un’altra nota marca (chi sarà il precursore?) 80% PN strutturato e profumato di piccoli frutti di bosco a bacca rossa, di ribes e melograno. Si finisce con il botto, Grande Sendree brut 2008, errore ortografico che trasforma Cendrée (incenerito) in Sendree , a seguito di un incendio che incenerì Urville nel 1838. Vinoso e potente, cera d’api, nocciole e boisé con un finale che esalta un’albicocchina disidratata elegantissima e persistente.

...et fils
Se i vignerons barbuti hipsters con gli scarponi da sci appesi alla porta della cantina hanno intrigato la parte femminile giovane, quella più... hem... matura non è rimasta immune al fascino d'antan del figlio di Monsieur Drappier, Michel, che ci ha raccontato la storia di famiglia mentre, comodamente seduti tra poltrone “drappeggiate” di damasco scarlatto, con il calore avvolgente di un fuoco di caminetto, sorseggiavamo con occhi ammirati il suo ottimo champagne. Che volete, à chacun ses goûts.

Quarta (e ultima, sigh) cena: Baune: Les Arches
Avevamo già avuto occasione di apprezzare questo raffinato ristorante lo scorso anno, durante la gita in Borgogna e si è riconfermato un valore sicuro: ottima cucina, ottima carta dei vini.
Antipasto: lumache alla bourguignonne, cioé con aglio, prezzemolo, burro e mandorle tritate.
Piatto: Filetto di Limousine (la mucca locale) con salsa alle cipolle e sformato di verdura e formaggio.
Formaggio Epoisses affinato al Marc di Borgogna con insalata. Fragole e sorbetto alla verbena.
Vini: 1er cru Saint Aubin Les Murgères des dents de chien di Vincent Girardin 2013. Ci stava bene con les escargots? Chiederete voi. Non bene, di piú.
Domaine Pierre Amiot et fils, grands vins de Bourgogne Morey-St-Dénis. L'ho preferito più con sull’époisses che sulla carne, a dire il vero, sarà purché la salsina alla cipolla di quest'ultima faceva uscire un po’ le note aspre del PN, dissolte magicamente con la cremosità del formaggio.

Back home

1 autista inarrestabile, 23 villeggianti, 10 cantine, tutte le zone dello champagne, Aube, Cote de Blancs, Valle della Marna e Montagna di Reims, 51 etichette (+ grandi vini della Borgogna e del Rodano  a cena), un meraviglioso ripasso sulla spumantizzazione, sui territori, sulla viticoltura classica, biologica e biodinamica. Il paradiso del sommelier abita da queste parti e ne porterò sempre un pezzo con me adesso.

Un ringraziamento speciale al nostro Marco Romanelli che, dopo aver organizzato tutto nei minimi dettagli, passando notti insonni davanti al computer per rendere il viaggio perfetto, per un impegno di lavoro non è potuto venire. E dire che si era scelto les escargots già pregustandole. In compenso, Marco, hai risposto il tuo meticoloso lavoro in ottime mani, perché Aldo è stato proprio un ottimo condottiero.

Il mio più grande ringraziamento va invece a Nadia che ci ha permesso con le sue preziose traduzioni simultanee di godere al 101% della gita. Senza di lei avrei capito meno della metà di quello che è stato, mi sarebbe rimasto solo che bere champagne come se non ci fosse un domani. Ma soprattutto il grazie supremo va a Fisar, alla nostra delegazione, che con l’impegno di tante persone rende possibile queste attività fantastistiche, didattiche e conviviali perché come sempre…a Firenze…#ScegliFisar.

Aldo Mussio
Aldo Mussio

Wine Lover and Champagne addicted. Da tutta la vita si destreggia e sopravvive tra hardware e software di tutte le specie, che sono poi la sua vita imprenditoriale. Ha trovato rifugio nel mondo del vino in tutte le sue declinazioni ludiche e si distrae in vari ambienti “social”.

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