29 giugno 2016

Il nero, il bianco e il rosso: Casa Setaro

Il nero, il bianco e il rosso: Casa Setaro

Premessa sentimentale

C’è una serie di vitigni a cui sono legato sentimentalmente: il primo della lista è il Caprettone. Uva vesuviana, quel Vesuvio sul quale sono nato (letteralmente: l’ospedale di Torre del Greco è sul Vesuvio), uva che – quando non la conosceva nessuno se non chi sul Vesuvio viveva o lavorava – era abituale sulla tavola di casa mia. Uva dal quale mio padre ricavava anche uno “spumante” fatto in casa (è reato? Nel caso è prescritto).
Quando al ProWein di Dusseldorf, lo scorso anno, ho incrociato Massimo Setaro, col suo spumante da Caprettone nella glacette, per me è stata una sorte di madeleine proustiana. E chiacchierando cinque minuti con lui, ho sentito lo stesso legame per una terra e per un vitigno maltrattati in primis da chi dovrebbe amarli incondizionatamente.
Da allora siamo rimasti in contatto, probabilmente c’eravamo “capiti” subito.

Andiamo a Casa Setaro…

Per vari motivi sono riuscito ad andare a trovarlo in azienda (anzi, a casa sua, a Casa Setaro, per l’appunto) solo adesso.
Ho voluto portare con me mio padre (e come potevo non farlo!), mia moglie e un paio di amici per condividere con loro quello che aveva già colpito me.
Innanzitutto quello che muove Massimo: la passione. Condurre un’azienda vinicola è sicuramente un lavoro, un business anche. Ma il motore di questa azienda è l’amore per quella terra, e l’esigenza di riscattarla passando da quello che si sa fare: il vino.
Del resto i vini vesuviani erano apprezzati già dagli antichi romani, che avevano riconosciuto in questi terreni scuri e fertili un luogo ideale per piantare le vigne. Nel corso dei secoli l’incuria e la fatica del lavoro in campagna avevano portato all’abbandono dei vigneti, al limite utilizzati per il consumo locale e per vini di scarsa qualità.
Massimo ha preso in mano le vigne di famiglia con l’obiettivo di dimostrare che lavorando come si deve, dal Vesuvio si possono ancora ottenere ottimi vini. E ha piantato nel giardino di casa sua i quattro vitigni della produzione aziendale, perché i suoi figli possano cominciare ad amarli fin da piccoli. “A me piacerebbe che continuassero il mio lavoro, ma chissà…”, ci dice appena arriviamo.
Do un’occhiata al logo aziendale: nero, bianco e rosso… penso che non sia un caso.

Nero come la terra…

Andiamo quindi in vigna. Massimo ci mostra come i terreni, in zone della stessa vigna o in vigne diverse distanti poche centinaia di metri, siano molto diversi, a seconda di quale materiale vulcanico si è depositato nei secoli. In alcune zone più ceneri, in altre più scheletro e lapilli. La cosa che salta all’occhio a chi è abituato all’ordine delle vigne toscane, è l’assoluta libertà della natura di crescere tra i filari: papaveri, piccoli fiori profumati simili al biancospino, erbe varie. Il diserbo qui è sicuro che non è praticato!
In alcune vigne le piante ancora non sono state cimate: ci spiega che per la natura del vitigno lo sviluppo foliare verso l’alto per un primo periodo è importante.
Ci mostra come le vecchie viti, a piede franco, vengono fatte riprodurre per propaggine, quando è possibile: inoltre i rami piegati e interrati, sviluppando nuove radici, finché sono legati alla pianta madre la aiutano nella ricerca di nutrimento.
Vediamo il “Munazei”, la struttura in pietra che fungeva da “magazzino” per la frutta quando non esistevano i frigoriferi, e che dà il nome ad alcuni dei vini di Casa Setaro. Sta crollando a pezzi, Massimo vorrebbe risistemarlo ma siamo nel Parco del Vesuvio e ci sono vincoli ambientali, paesaggistici e storici. In un territorio in cui si è costruito di tutto e ovunque, una ristrutturazione di un piccolo edificio di valenza storica diventa un problema insormontabile. Mistero!

Ci spostiamo verso le vigne di Aglianico e Piedirosso, e la vista è mozzafiato. Si domina il golfo di Napoli, ti sembra di toccare il mare, di sicuro ne senti l’odore nelle giornate di vento. Massimo prende in mano la terra, ce la mostra. Parliamo un po’ del mercato del vino di queste parti. “Pompei e la sua attività turistica potrebbero assorbire tutto il vino prodotto in zona in sei mesi. Dovremmo dirgli ‘mi dispiace, per quest’anno è finito. E invece trovi carte dei vini col Chianti e con nessun prodotto locale”, commenta con amarezza.
Ci racconta della situazione dei terreni locali:”alcuni mi propongono di prendere il loro terreno e di rimetterglielo a posto. Con alcuni di loro stiamo arrivando ad un accordo”.

… bianco come la cenere …

Torniamo a Casa Setaro, dove abitazione e cantina convivono e si fondono. “Abbiamo scavato la cantina sotto la casa e sotto il terreno. Possiamo garantirci così la temperatura e l’umidità adatta a vinificare e conservare il vino senza altri interventi”, ci dice Massimo. Tutto acciaio per la vinificazione:” quando lavori bene in vigna, l’unica cosa che devi controllare è la temperatura. Il resto viene da sé”, la filosofia di cantina.
Ci accoglie Mariarosaria, moglie di Massimo e altra anima di un’azienda in cui le parole “casa” e “famiglia” sono il punto centrale.
Ci accomodiamo fuori sotto il porticato, è troppo una bella giornata per chiudersi in cantina, e partiamo con i vini.
Cominciamo con il “Campanelle”, la Falanghina. Una terza interpretazione rispetto a quella dei Campi Flegrei e a quelle del Beneventano, frutta tropicale e mineralità, perché il terreno ha voluto dire la sua anche con questo vitigno.

Passiamo al Lacryma Christi bianco, 100% Caprettone. “Per il disciplinare si possono aggiungere Falanghina e Verdeca. Ma siamo pazzi? Hanno sempre considerato il Caprettone un vitigno che aveva bisogno di altri vitigni ‘migliorativi’. Io ho voluto dimostrare che l’uva migliore era proprio il Caprettone”. Sentiamo il 2014 e la nuova annata, il 2015. “Il 2014 è stata un’annata difficile, anche se siamo riusciti a tirar fuori un buon prodotto. L’annata 2015 è eccezionale, invece, darà belle soddisfazioni!”. Qui – sarà la suggestione – ma ti torna tutto quello che è questa terra: fiori, macchia mediterranea e mineralità, assieme a qualche frutto a polpa bianca.
“Dicono che non sia un vitigno da invecchiamento. Aspettate un attimo”, e Massimo sparisce per tornare con un Lacryma Christi 2008. Che sorpresa, e che naso! Terziari da grande vino, passando per gli idrocarburi che arrivano subito al naso. “Massimo, dobbiamo organizzare una verticale a Firenze!”, gli dico. Mi ha promesso che si farà.
Passiamo allo spumante, sempre 100% Caprettone. “Ho scelto di fare un metodo classico per valorizzare ancora di più le uve. E’ stata una scommessa, credo di averla vinta”. Io concordo con lui. 30 mesi sui lieviti, anche qui ginestra e fiori del Vesuvio, frutta bianca e pane, mineralità. Accanto un amico ristoratore:”quando passi allo Champagne tutto il resto è noia, ma questo si beve proprio bene!”.
Si parva licet componere magnis ,se è lecito paragonare le cose piccole alle grandi, è vero, si beve proprio bene!

… e rosso come il fuoco.

Passiamo ai due vitigni rossi di Casa Setaro, il Piedirosso e l’Aglianico.
Cominciamo con i due vini da Piedirosso, un piacevole rosato – perfetto per la pizza – e il Lacryma Christi rosso, piacevolmente floreale ed erbaceo, con piccoli frutti rossi – da provare con dei piatti di pesce più strutturati. Anche qui l’idea è quella di mostrare le capacità espressive del vitigno in purezza, come per il Terramatta, l’Aglianico 100% in versione vesuviana.
Finiamo poi con l’unico blend di Casa Setaro, il Don Vincenzo, dedicato al padre di Massimo. Base piedirosso, con aggiunta di Aglianico per un 15% circa. 24 mesi in tonneau di rovere per un vino che unisce freschezza, corpo e tannini in bell’equilibrio. Massimo sparisce di nuovo verso la cantina e torna con un’altra chicca: l’annata 2007. “E vediamo se questo invecchia bene”, sorride. Invecchia benissimo, i terziari di liquirizia e cacao si affacciano dal bicchiere con grande eleganza. “Massimo, la verticale anche di questo”, esclamo!. Ancora una volta una promessa: ti aspettiamo a Firenze, allora!  

Martin Rance
Martin Rance

Nessuno sa come si pronunci il cognome. Segno distintivo, la curiosità: quella per il mondo del vino l'ha portato alla Fisar, che l'ha trasformata in passione. Corrente "bianchista": vivrebbe di champagne, riesling e fiano. Appassionato di didattica: la trasmissione del sapere arricchisce tutti.

facebook.com/martinrance

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