9 dicembre 2019

Degustazione emozionale fra mare e montagna: gli autoctoni d’Abruzzo

Degustazione emozionale fra mare e montagna:  gli autoctoni d’Abruzzo

Càpita, per assurdo, che una grande passione induca alla presbiopìa: tanta è la brama dell’oggetto amato che ci si spinge sempre più in là, oltre i confini certi di conoscenze consolidate, alla ricerca dell’esotico e dell’altro, di qualcosa che ci avvicini un passo in più, sempre un po’ oltre, fino all’empireo della conoscenza assoluta dell’oggetto d’amore.

Càpita che a forza di strizzare gli occhi per vedere oltre e altrove si smarrisca la cognizione del qui e adesso, si perda il focus su luoghi e circostanze vicini.

Ecco, uno dei (tanti) meriti della degustazione di stasera, imbastita da Giovanni D’Alessandro, è stato proprio questo: quello di averci fatto ri-volgere lo sguardo a una zona produttiva italiana che non sempre ha, nell’attenzione di studiosi e appassionati, il tributo che merita.

In tempi in cui è anche una moda riempirsi la bocca di termini quali tipico, autoctono, locale nel mondo del vino, e non solo, esiste una regione in Italia, dove si parla poco e si lavora molto alla salvaguardia di un territorio unico che, al suo interno ospita vigneti coltivati già già dal VII secolo a.C. ad opera degli Etruschi: l’Abruzzo, terra di gente operosa e schiva, asserragliata fra gli Appennini ad ovest e il Mar Adriatico ad est, cinta da due giganti, il Gran Sasso e la Majella, che, isolandola, salvaguardano quella che è l’area naturalistica più grande d’Europa.

Territorio in parte aspro e duro, prevalentemente montuoso e collinare, che digrada verso il mare: è in questa fascia di 50 km che si alternano vigneti a ulivi secolari, su terreni argillosi e ghiaiosi con presenza di arenarie.

Clima mite mediterraneo sulle dolci colline litoranee, continentale in divenire in quelle più interne e con altitudine maggiore: duplice vocazione dunque per i vini prodotti a seconda della collocazione del vigneto.

Del resto, le catene montuose svolgono la loro opera di presidio al meglio, riparando dalle masse d’aria umide tirreniche e generando forti escursioni termiche che, associate a buona ventilazione e ad un terreno permeabile e asciutto, creano l’habitat ideale per la coltivazione della vite.

Storia antica quella che lega l’Abruzzo alla viticoltura: Ovidio, nativo di Sulmona, Polibio e Plinio il Vecchio non solo narrano come la vite sia coltura importante e i vini abruzzesi apprezzati a Roma, ma tramandano anche la storia delle  antiche popolazioni italiche, Equi, Marsi, Peligni e i Vestini, già dediti alla coltivazione della vite prima di essere conquistati e assimilati dalla potenza romana.

Un secolo più tardi il poeta Marco Valerio Marziale testimonia la presenza dei vini abruzzesi sulle più importanti tavole nobiliari romane.

Il duro colpo alla viticoltura del luogo verrà assestato solo molti anni più tardi, nei primi decenni del Novecento, e avrà lo scellerato nome della fillossera che anche qui decima piante e biotipi, lasciando il monopolio esclusivo a Montepulciano e Trebbiano, a danno di tutte le varietà minori che poco scampo trovano alla “peste viticola”.

Inevitabile la decadenza qualitativa, che si protrae fino agli anni ‘90 del Novecento, periodo in cui si riafferma, ad opera di giovani viticoltori che portano in campo forza e mentalità rinnovate, il concetto di viticoltura di qualità.

Cosa resta degli antichi fasti all’enologia abruzzese di oggi? Certamente l’attaccamento ai vitigni autoctoni che prevalgono nettamente sia che si tratti di ettari coltivati che di bottiglie prodotte: per intendersi, cosa sia lo Chardonnay e come si coltivi, qui lo sanno. Ma la parte del vigneto destinata agli internazionali è minima e l’uso da parte dei viticoltori illuminati che lavorano su qualità e tipicità, pressoché nullo.

Grande biodiversità, con predominanza di uve a bacca rossa, dove il Montepulciano riveste il ruolo di protagonista indiscusso (sue sono le due DOCG: Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane e Tullum, nella versione rosso).

Le uve a bacca bianca , che occupano il 40% del vigneto abruzzese, sono ampiamente rappresentate dal Trebbiano d’Abruzzo, cui si affiancano Bombino, Montonico, Cococciola, Pecorino, Passerina, Malvasia bianca, Trebbiano toscano.

La degustazione

Larga parte di autoctoni a bacca bianca sarà rappresentata stasera, in una degustazione affatto scontata, anzitutto nell’impronta emozionale che Giovanni porta come valore aggiunto alla comprensione di questi vini: abruzzese d’origine e nel cuore, dedica la serata “all’adorato babbo Giuseppe”, aggiungendo una parte emotiva che nulla toglie all’obiettività con cui presenta un’esaustiva selezione di vini del territorio.

Cingilia Vini, Colline Pescaresi Cococciola Igt 2018

Fabio Di Donato, poco più che trentenne gestisce con piglio ed idee chiare l’azienda di famiglia, sulle colline pescaresi vicino Cugnoli: solo vitigni autoctoni declinati in una piccola produzione annuale di 15.000 bottiglie, curate con meticolosa attenzione dal campo alla cantina.

Piccolo capolavoro di piacevolezza questa Cococciola dalla beva spensierata e molto gastronomica: naso con richiami di frutta a polpa bianca e note agrumate. Fresco e minerale a beneficio del sorso verticale e snello, conserva però buona struttura e avvolgenza, grazie alla permanenza di alcuni mesi sur lies.

Ottima persistenza aromatica per questo vino che rimanda alla spensieratezza dell’estate, senza mai peccare di superficialità.

Q500, Contrada Colle Trotta, Colline Pescaresi Passerina 2015 Igt

A riprova della tenacia abruzzese, la storia di Maurizio De Nicola, che vede alternarsi grandi slanci e rinascite a bruschi stop, senza mai demordere: è lui che nel 2006 rivitalizza i terreni e le sorti di un’azienda in attività già agli inizi del Novecento ma sempre più in declino. Crede fino in fondo in quei 3,5 ha di vigneto a Penne, Pescara, 500 metri sopra il livello del mare, sotto l’egida del Gran Sasso. L’idea: fare vini, che definisce, non a caso, di montagna. Farli bene. Avvia la transizione verso la certificazione biologica, ad oggi ottenuta, lavora sodo. Fino al 2009, quando subisce ingenti danni a causa del terremoto. Che, per inciso, non lo ferma: vigneto e campi, sono lavorati (40 gli ha totali, variegati fra coltivazione di grano e frutta). Nel 2017 la cantina viene totalmente ripristinata.

Sarà una mia idea ma tanta parte del temperamento di Maurizio si ritrova in questa passerina dal colore carico, che vira felicemente al dorato. Intenso bouquet floreale ed erbaceo che si apre al meglio col passare dei minuti. Equilibrato e persistente in bocca: declinazione di carattere di un vitigno troppo spesso giocato sulla sola facilità di beva.

Azienda Agricola Ciccone, Pretonico Abruzzo Montonico Superiore Classico 2018 Dop

Nella scheda di questo vino è più volte specificato “Montonico di Bisenti 100%”, e sta tutto qui l’orgoglio di questa realtà a conduzione familiare dall’animo green: l’appartenenza ad un territorio e al vitigno che meglio lo rappresenta e catalizza tutte le migliori energie aziendali.

La curiosità è tanta per questo vino che non assomiglia a niente di conosciuto: naso molto introverso inizialmente che poi si apre su sentori agrumati, vegetali e di piccole erbe aromatiche.

Netto, tagliente, fresco e sapido, cresce molto alla distanza.

Valle Reale, Trebbiano d’Abruzzo 2018 Doc

Leonardo Pizzolo, più che un’azienda, fonda un progetto, audace, di vita, una dichiarazione d’amore alla natura di un territorio unico; 46 ha situati nel mezzo di tre riserva naturali: il Parco Nazionale del Gran Sasso, il Parco Nazionale della Majella e il Parco Regionale del Sirente-Velino. Vigneti circondati da un territorio boscoso e ricco di biodiversità, popolato da lupi appenninici, camosci, uccelli rapaci, dall’orso bruno marsicano e da molte specie vegetali e animali in via di estinzione.

Qui si coniuga una viticoltura di montagna praticata con approccio agronomico sostenibile e rispettoso della natura.

Al naso è intenso, connotato da sentori di agrumi, fiori, frutta e erbe aromatiche.

Il vino più apprezzato della serata, fine, elegante, con acidità perfettamente bilanciata. Un archetipo della tipologia, in cui si esprime ugualmente la natura incontaminata del luogo da cui proviene. 

Di Cato, Eughenos Raggio di Luna 2018 Igp Terre Aquilane Rosato

Mariapaola, terza generazione, porta avanti con mano d’acciaio in guanto di velluto, l’azienda fondata dal bisnonno Mariano.

Siamo sulle colline di Vittorito, in provincia dell'Aquila, tra i parchi della Majella, Morrone e Sirente, zona di grandi escursioni termiche, di terreni argillosi e calcarei che si alternano a terre nere e sassose, con altitudine media di 400 mt. s.l.m.

Culla del Montepulciano, da cui è ricavato, per salasso, questo rosato in grado di far ricredere anche i più scettici verso la tipologia. Teso, fine e di grande lunghezza, un tripudio di frutta rossa fresca, fragolina di bosco, erbette mediterranee. Gastronomico all’ennesima potenza, perfetto per accompagnare le ricette della tradizione abruzzese.

Ausonia, Machaon Abruzzo Pecorino 2017 Dop

Piccola realtà di Atri, Teramo, nata dal colpo di testa di un farmacista, che lascia il bancone per iscriversi ad enologia e concretizzare un sogno che si esprime in uvaggi autoctoni declinati con attitudine spiccatamente caratteriale.

L’occhio vede soddisfatta la sua parte da un vino dal bel giallo dorato.

Pepe bianco e frutta tropicale sorprendono il naso, l'alcol c'è ma il vino rimane sempre nei binari di una grande eleganza. Pieno, strutturato e caldo, la bocca  evidenzia una sapidità importante con finale lievemente ammandorlato.

Valle Reale, Montepulciano d'Abruzzo Vigneto Sant'Eusanio Doc 2017 

Giunge davvero apprezzato il vino a sorpresa, perché ci fa scoprire un’espressione diversa del grande progetto che sta alla base di Valle Reale.

Un grande signore questo Montepulciano, ancora giovane per esprimere al meglio le sue future potenzialità: naso un po' riservato su sentori di frutta sotto spirito e speziatura fresca, in bocca risulta ancora crudo, scontroso, sebbene lasci intravedere lampi di futura grandezza.

Siamo stati impazienti a scomodare adesso questo Montepulciano, un grande in fieri.

Tenuta Secolo IX – Colline Pescaresi Moscatello Passito 2015 Igt

Siamo di fronte al vero dinosauro della viticoltura abruzzese, il Moscato bianco biotipo Casauriense. Derivato probabilmente da un’antica malvasia moscatella dell’ isola di Creta, le prime testimonianze della sua presenza in loco sono fornite dalle cronache locali del XII secolo che narrano come venisse coltivato dai monaci dell’Abbazia di san Clemente.

Costante è stata nei secoli la sua presenza nella zona di Casauria, finchè il flagello della fillossera da una parte e il fenomeno dell’emigrazione a scopi economici dall’altra hanno decimato i vigneti di Moscatello che, peraltro, è sempre stato coltivato e vinificato, seppur in piccole quantità.

Merito del costituito consorzio di tutela nel 2003, il rilancio della coltivazione su scala più ampia di questo vitigno, considerato un vero simbolo d’identità sociale.

La tenuta Secolo IX, situata ai piedi del Monte Morrone, area naturalistica di grande valore, persegue  un approccio naturale alla viticoltura e alle vinificazioni, con l’intento di preservare tradizioni e territorio. Grande attenzione è prestata all’elaborazione di questo passito oro intenso, che intriga il naso con sentori di spezie dolci, albicocca essiccata e agrumi canditi.

Ricco e di corpo, ma con alcolicità contenuta. Vivida freschezza e dolcezza misurata, rendono il sorso mai stucchevole, un vero capolavoro d’equilibrio questo moscato “fuori dagli schemi”.

Chiudiamo la serata grati a Giovanni che, con generosità, ci ha accompagnato nella conoscenza della sua terra, nobile e aspra, mostrandocela con gli occhi di chi la ama profondamente.

Sono vini caratteriali quelli abruzzesi, che rifuggono dall’omologazione alla ricerca di una propria identità, forte, connotata, mai scontata.

A volte scontrosi, certamente sinceri: non ricercano l’artificio nel bicchiere, le facili scorciatoie per conquistare bevitori da happy hour.

Perseguono l’intento a cui ogni vino dovrebbe ambire: rappresentare il proprio territorio, la storia, la mano degli uomini che per secoli si sono avvicendati nel lavoro dei campi in condizioni pedoclimatiche che possono anche essere ostili, la cultura e la tenacia di un popolo che ha fatto della viticoltura di tradizione e qualità il proprio vessillo. Fossimo francesi, riassumeremmo le ultime cinque frasi con una parola: terroir. Ma, per stasera, rinunciamo al lontano da noi e restiamo volentieri ben saldi sulla terra di una regiona arcaica e meravigliosa: l’Abruzzo.


 

Valentina Pizzino
Valentina Pizzino

Nata a Firenze da una famiglia di astemi, non ha mai dubitato che nelle sue vene scorresse Chianti Classico. Lavora fra i libri, ma gli scaffali che preferisce sono quelli delle enoteche. Il suo centro di gravità permanente è sempre ruotato attorno a una bottiglia.

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