28 giugno 2022

Vitigni rari di Toscana: una storia ancora tutta da scrivere

Vitigni rari di Toscana: una storia ancora tutta da scrivere

Sembra soltanto ieri quando, il mio boss del corso (sempre sia lodato!!!), poco prima dell’esame finale di sommelier, ci avvertì tutti: “attenzione ragazzi, preparatevi bene sugli autoctoni toscani, perché il Carmassi ci martella!”
Che noia, pensai!!! Ma come, non basta aver studiato tutte le 78 DOCG italiane, con i suoi vitigni e caratteristiche, molte DOC, approfondimenti vari sui vini vulcanici, di costa, di sabbia, di terra, di cielo e chi più ne ha più ne metta? Non basta sapere i collegamenti fra i vari vitigni del mondo e come sono chiamati localmente? Non mi basta studiare Marlborough senza confonderlo con una marca di sigarette? Che mi interessa di questi vitigni destinati all’oblio di cui nessuno si cura? D’altronde, se sono stati scartati dalla storia, ci sarà stato un motivo, no?
Questi erano i miei pensieri, una settimana prima dell’esame finale, credo comuni al 99% di noi ignari e giovani aspiranti sommelier, che iniziavano ad affacciarsi, senza troppe armi in mano, a questo meraviglioso mondo.
MAI avrei pensato che, a distanza di pochi mesi, quei noiosi nomi, quei vitigni semisconosciuti, sarebbero diventati una mia passione!
Quante varietà abbiamo in Italia, quanti sapori, quante storie, perfino quante leggende si nascondono dietro alcune di loro!
La nostra storia, di italiani, è fatta di diversità, il nostro è sempre stato un popolo caratterizzato da campanilismi, comuni, piccoli regni, grandi e piccole differenze che hanno lottato secoli per cercare di trovare fra di loro una certa convivenza. Pur mantenendo ognuno le sue distintive peculiarità. Il suo bello.
Lo ritroviamo nei dialetti, lo ritroviamo nel cibo, lo ritroviamo nel modo di vivere e di pensare, lo ritroviamo ovunque.
Ecco, il mondo del vino non fa assolutamente differenza. Questo microcosmo di biodiversità, di caratteristiche uniche, che si sono adattate nei secoli in modo del tutto casuale (ma sarà stato davvero il caso?) a particolari luoghi, a particolari genti…
E’ il nostro tesoro genetico, un tesoro da proteggere ad ogni costo, che rende l’Italia così unica.

Questa sera ci facciamo accompagnare quindi per una piccolissima, ma affascinante tappa di questo viaggio, fra i vitigni rari di Toscana, da Roberto Montelatici con la sua bella competenza.

Un cenno storico non deve mai mancare ovviamente.
Ed è interessante notare il parallelismo fra le migrazioni degli uomini con le migrazioni dei vitigni, nel mondo.
Tutto parte dal Medio Oriente, quando era al centro del mondo, quando era il centro da cui tutto nacque. Come son lontani quei tempi! Ma anche bello trarne insegnamento, poiché, nel nostro percorso ciclico, tutto scorre, ma anche tutto ritorna. Mai pensare di meritare un posto che la storia e solamente la storia ci ha casualmente assegnato!
Poiché tutto evolve e tutto cambia. Per la vite, così come anche per l’uomo.
Legati indissolubilmente, l’uomo e la vite: l’uomo che emerge dalla barbarie quando impara ad addomesticare la vite e trarne vino. Che bellezza, ma anche quanti insegnamenti! Il vino che diventa così parte integrante di tutte le culture dei popoli moderni e delle sue religioni, dei suoi miti, delle sue leggende.
Studiare le origini dei vitigni ed i suoi percorsi, è un po’ come studiare le origini dell’uomo. Interessante il percorso di alcuni vitigni, come appunto quello del nobile e antico Sangiovese, che, arrivato dalla Grecia, approda inizialmente in Sicilia per poi risalire la nostra penisola, con una invasione lenta ed inesorabile. Lasciando lungo il suo percorso una scia di innumerevoli figli e figliastri.
La ricerca sulla genetica della vite ha permesso infatti di individuare pochi vitigni primari, detti “ancestrali”, che hanno lasciato la loro impronta genetica sulla vasta ricchezza di vitigni presenti in Italia. Nomi affascinanti, lo Stinto Porcino ad esempio. Ma anche il Montonico Bianco, l’Aglianico, la Termarina, l’Orsolina, l’Uva Tosca, la Visparola ed appunto, il “nostro” nobile Sangiovese.
Ma la nobiltà per una serata la vogliamo lasciare da parte. Lasciamo fra le loro corti questi aristocratici vitigni, lasciamoli ad i loro fasti immortali.
Questa sera vogliamo dare lustro a quel patrimonio genetico di vitigni, a volte erroneamente definiti “minori”, perché la storia con loro non è stata benevola, per vari motivi. Perché la storia non fa sconti, perché la storia la scrivono sempre i vincitori.

L’elenco di vitigni rari della Regione Toscana è davvero notevole, ognuno di questi ha rischiato con la sua pelle un improvvido confronto con il Sangiovese, vincente per qualità media, costanza della sua produttività, resistenza alle malattie…
Fortunatamente per questi “minori”, ha sempre presentato alcuni problemi, che ne hanno richiesto l’aiuto in vinificazione per compensare le sue lacune. Ma questa visione penalizzante, fortunatamente, in questi ultimi anni sta venendo meno, grazie allo splendido lavoro di alcuni piccoli e piccolissimi produttori e ad alcune “aziende custodi” che con tenacia hanno deciso di proteggere questa nostra incommensurabile ricchezza e varietà genetica, riuscendo a creare talvolta alcuni tesori fino a qualche decennio fa inimmaginabili.

La storia è ciclica, dicevo.
Il riscaldamento climatico che privilegia vitigni un tempo scartati per eccessiva acidità, maggiori attenzioni in vigna e cantina, minori necessità di produrre quantità a scapito della qualità… la storia sta finalmente cambiando anche per questi rari e “minori” vitigni, per troppo tempo posti ai margini.

Montelatici, con passione e perseveranza, ci illustra le molte declinazioni, divise per provincia. Sarebbe uno sforzo sovrumano, per chi scrive, ma anche per il lettore, citarli tutti. Ben 54 sono i vitigni rari iscritti alla Regione Toscana, tutt’oggi sopravvissuti e conservati.
Su qualcuno di essi merita però soffermarci e non solo a parole. Merita uscire, muoversi, viaggiare, andarli a scovare, scoprire dove essi sono di casa, assaggiarli, fantasticare…
Perché la diversità (in ogni ambito) è un tesoro non solo da supportare, ma anche da tutelare, da condividere, da conoscere.
Un consiglio in questo senso, ancora una volta, ci arriva di corsa dal bravo Montelatici: azienda Ruschi Noceti, lunga esperienza nella tutela dei vitigni autoctoni, numerosi riconoscimenti internazionali, collaborazioni con l’Università di Pisa… ma soprattutto un meraviglioso vigneto, il loro Vigneto Collezione, volto al recupero del patrimonio viticolo della Lunigiana. L’ho visto solo in foto, me ne sono subito innamorato.

La Degustazione 

Cantina Gigli

Il nostro percorso parte da Oneta, frazione di Borgo a Mozzano (e già da qui dovremmo capire la particolarità, l’esclusività del posto), una sessantina di anime. Luogo di antichi mestieri e, va da sé, antichi vini. Cantina Gigli, vigna di mezzo ettaro assolutamente integrata nella natura. Il proprietario, Angelo Bertacchini, rischia il linciaggio quando, nel 2008, decide di espiantare il Syrah (che gli usciva piuttosto bene!) per coltivare la Barsaglina, a seguito di una visita a sorpresa di 3 giapponesi, persi in queste lande. “Perché dovrebbero venire giapponesi da me a bere il Syrah di Borgo a Mozzano?”
Da qui la scelta di passare alla Barsaglina. Pioniere, o forse folle. O entrambe le cose.
Poteva bastare questo, ma Angelo decide di esagerare: mezzo ettaro di vigna, tutto a Barsaglina, 3 linee di vino, di cui 2 spumante! Un metodo classico 36 mesi sui lieviti, un rosè ancestrale (?) o, come lo definisce lui, “interrotto”. Accompagnati dall’unico vino fermo, igt.
Produzione di 1000 bottiglie per tipo, di cui 150 vengono conservate, come archivio storico. Assaggiamo il suo spumante 36 mesi, perché in una serata così era giusto partire da una bollicina, no?

Barsaglina Metodo Classico Brut 36 mesi: La Barsaglina (conosciuto anche come Massaretta, nelle zone del Candia e della Lunigiana) sconta una nomea ingenerosa di “vin puzzone”, dovuta a lavorazioni contadine non adeguate fino a pochi decenni fa. Ha origini antiche, quasi mitiche. Leggende narrano della sua provenienza da Candia, l’antica Heraclion (Creta). Cantina Gigli ne realizza uno spumante brut 36 mesi, con una pressatura soffice a grappoli interi, fermentazione alcolica e malolattica spontanea. Nessuna Filtrazione. E già da queste prime parole dovremmo capire molto della sua filosofia. Di un brillante color ramato, confonde inizialmente con le sue bolle un po’ grossolane e disordinate, che subito scompaiono lasciando spazio ad una risalita più fine ed elegante. Al naso richiede un po’ di pazienza, va aspettato, va capito. Va lasciato aprirsi. Finché non arriva una bella freschezza di melograno, di viola. In bocca spicca la sua acidità e verticalità, lasciando spazio a sensazioni contrastanti. Un finale non molto persistente che lascia al tempo stesso una bocca curiosa. Mi piacerebbe provarlo in abbinamento ai salumi, saprebbe dire il fatto suo.

Mannucci Droandi

Quando si parla dell’azienda Droandi, ci troviamo di fronte anche qui ad un grande visionario. Come chiunque decida di dedicare la sua vita, il suo lavoro, alla tutela delle diversità. Ci troviamo a Montevarchi, nel Valdarno aretino. Da tempo l’azienda collabora con l’Unità di Ricerca per la Viticoltura di Arezzo e ha realizzato un vigneto sperimentale nel quale sono stati piantati vecchi vitigni un tempo diffusi nella zona ed oggi a rischio estinzione. Da alcuni di essi è nata una linea di vini in purezza, i ”vini della memoria”: Foglia Tonda, Pugnitello e Barsaglina. In questa bella serata, assaggeremo i primi due.

Foglia Tonda 2018 IGT Toscana: il Foglia Tonda è caratterizzato da una eccessiva vigoria che porta le uve ad avere scarsa maturazione, se non gestito bene tramite potatura verde. Le esigenze contadine del secolo scorso hanno rischiato quindi di decretarne la scomparsa. Fortunatamente recuperato, oggi ci sono alcune aziende che ne ricavano vino in purezza, come questo Foglia Tonda di Droandi. Uve diraspate e pigiate delicatamente, il vino matura 14 mesi in barrique di rovere francese di 2° o 3° passaggio, prima di affinare 3 mesi in vetro. Rosso rubino tendente al granato, intenso, un bel naso elegante e fruttato che con il tempo si apre a speziature, boisé, caffè, perfino un finale di cioccolato. In bocca perde un po’ quel bell’equilibrio, i tannini risultano essere ancora un po’ scorbutici, il finale un po’ corto. Vino da aspettare ancora un po’ e vedere come evolve in bottiglia.

Pugnitello 2018 IGT Toscana: il Pugnitello è stato rinvenuto quasi per caso nel grossetano, in località Poggio del Sasso, nel 1981. Il suo nome sembra rimandare alla forma del grappolo: un pugno. Le probabili cause delle sue sfortunate vicissitudini sono da ricercare nella sua scarsa produttività (la resa per ettaro non supera i 30 quintali), in un’epoca in cui si ricercava l’opposto. Il vino che ne ricava Droandi, dopo una necessaria maturazione per 24 mesi in carati di rovere francese di 2° e 3° passaggio ed un affinamento di 6 mesi in vetro, si presenta di un colore rosso rubino con riflessi violacei. Al naso pulito, schietto ed elegante, a poco a poco dai piccoli mirtilli emergono note balsamiche, chiodi di garofano, tabacco. In bocca appare ben disteso ed equilibrato, accompagna l’assaggio una bella spalla acida. Anche in questo caso manca forse un po’ di profondità e persistenza, anche in questo caso lascia spazio alla curiosità per la sua evoluzione nel tempo.

Fattoria Fibbiano

Ha una lunga storia questa bellissima fattoria - 90 ettari, situata a Terricciola, nel pisano. Una incisione nel casolare reca l’anno 1707, oltre a resti di insediamenti etruschi ritrovati nella collina della fattoria. Miti e vino vanno spesso di pari passo ed anche qui troviamo una affascinante leggenda che vuole che da qualche parte nella tenuta si trovi la “Fonte delle Donne”, una misteriosa sorgente di acqua dai poteri taumaturgici. La fattoria per molto tempo è stata abbandonata, fino a quando non viene riscoperta dalla famiglia Cantone, forse anche per l’amore di vigne prefillosseriche di 120 anni. Credono molto nei vitigni autoctoni e ne fanno una filosofia aziendale. La storia della loro Colombana merita forse un approfondimento a sé, ma questa sera degustiamo il loro Sanforte.

Sanforte 2014 IGT Toscana: il vitigno era conosciuto un tempo come Sangiovese Forte, ma recenti studi genetici rivelano nessuna parentela con il più nobile omonimo. Anch’esso di antiche origini, viene citato la prima volta nel 1773 da Villifranchi nel suo trattato “Enologia toscana, ossia memoria sopra i vini e in specie toscani”. Il vino che se ne ricava si distingue per il suo corpo, la buona acidità ed il suo contenuto alcolico. Nonostante la sua scarsissima diffusione, si dimostra un vitigno di grande valore, sia per gli uvaggi che in purezza. Fortunatamente, fra quei pochi illuminati produttori, si colloca Fattoria Fibbiano. Il colore, rosso granato, tradisce la sua non più giovane età. Al naso appare complesso e al tempo stesso elegante, schietto, intrigante. Una progressione armonica che va da un potpourri di fiori, frutta rossa matura, sottobosco, fino al pepe bianco e al tabacco. In bocca mantiene una bella avvolgenza, eleganza, morbidezza, una trama tannica setosa, accompagnati da una ancor sorprendente freschezza ed una piacevole persistenza.

La Querce

Per l’ultima tappa del nostro viaggio, facciamo sosta all’Azienda La Querce, bella realtà imprunetina, che sperimenta molto, anche grazie all’utilizzo dell’anfora. Vogliamo chiudere questa piacevole serata con un passito, anche se in questo caso non possiamo definire questo un vitigno raro. Il Canaiolo infatti, ha una lunga e proficua storia nell’enologia toscana. Molto diffuso nella zona del Chianti, prendeva parte alla ricetta originale del Chianti Classico del Barone Bettino Ricasoli. La Querce ne realizza una versione passito davvero interessante.

“Dama Rosa” Canaiolo passito 2018 IGT Toscana: colore rosso intenso e impenetrabile, al naso rivela subito frutti rossi e confettura di mora, leggermente balsamico ed un accenno di zucchero a velo. In bocca ovviamente dolce, ma una bella dolcezza fresca, morbido, rivelando al palato quelle note di cioccolato che ne preannunciano il suo abbinamento ideale. Ottima la sua persistenza ed il suo ricordo.

Un degno finale di serata, di vitigni rari ed autoctoni e di una storia ancora tutta da scrivere.

Marco Morelli
Marco Morelli

"La vita è troppo breve per bere vini mediocri"
​Johann Wolfgang Goethe

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