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Federazione Italiana Sommelier Albergatori e Ristoratori Delegazione di Firenze
Mercoledì 18 Luglio 2018

Seminario Chianti Classico parte II - In campo l'orgoglio di parte Fiorentina

Ai vini di Greve in Chianti, San Casciano, Tavarnelle e Barberino Val d’Elsa se ne affiancherà in degustazione anche uno di Poggibonsi, afferente sotto il punto di vista amministrativo alla parte senese, ma per terreno e microclima molto più affine alla zona di Barberino, di cui è confinante.

Piccola digressione su Greve, unica fra le zone fiorentine a rientrare nella parte più antica della denominazione, anche se solo parzialmente: a sua volta suddivisa in 7 sottozone, rappresenta l’eccellenza nella produzione di Chianti Classico fiorentino, grazie alle località satelliti Montefioralle (ad ovest), Panzano (a sud), Lamole ( a sud-ovest vanta altitudini fra i 450 e i 600 m).

Livio del Chiaro si districa agile fra teoria e degustazione, in un crescendo in cui l’una avalla l’altra senza alcuna forzatura.

Si parte dalla cosiddetta “Borgogna del Chianti”, grazie alla finezza dei suoi vini: Lamole, che vale la visita anche solo per la bellezza paesaggistica. Stupende le vigne su terrazzamenti decisamente scoscesi. I terreni poveri di macigno e sabbia costringono le viti a propagare le radici in profondità , alla ricerca d’acqua: circostanza che unita alle notevoli escursioni termiche giornaliere, dà ai vini di Lamole caratteri d’eccellenza e riconoscibilità. Sono solo una decina le aziende che operano in questo piccolo fazzoletto di terra, improntando il proprio lavoro alla valorizzazione della zona, senza grossi strappi e differenze produttive.

Nel Chianti Classico 2015I Fabbri, Sangiovese grosso di Lamole in purezza, è chiaro l’intento, perfettamente perseguito, di dar voce al terroir scevro da ogni sovrastruttura. Rosso rubino brillante poco saturo, tipico dei vini della zona, ha aromi freschi floreali e mentolati, frutto croccante. Corpo esile, tannino fine e setoso. Piacevolezza e bevibilità all’estrema potenza.

Scendiamo a sud, o meglio, torniamo a Panzano, delle cui caratteristiche pedoclimatiche si è già accennato, alla scoperta di un’azienda a stretta conduzione familiare che nel biologico ha sempre operato, ben prima che arrivassero mode e certificazioni: Vallone di Cecione. Ci aspettiamo nel bicchiere un vino potente e piuttosto strutturato, a riprova di quanto ipotizza la teoria, e non restiamo delusi: il Chianti Classico 2015, 90% Sangiovese e Canaiolo, fermenta in acciaio grazie ai lieviti indigeni, con sosta importante sulle fecce di 3 mesi, e affina in botte grande per 8 mesi. Rosso rubino carico, gran corpo, grasso e pieno in bocca. Nonostante una piccola riduzione iniziale, gli aromi preponderanti sono quelli della frutta rossa e nera matura, e la speziatura di liquirizia e chiodo di garofano. Grande lavoro è stato svolto sull’estrazione, per ottenere un vino concentrato e piuttosto alcolico, espressione felice di un’annata non semplice.

Torniamo nei pressi di Greve, nel delizioso e minuscolo borgo di Montefioralle, dominato dall’omonimo castello medievale: qui l’espressione l’unione fa la forza si coniuga alla perfezione in un manipolo di piccoli produttori che hanno saputo fare fronte comune per la valorizzazione di un territorio splendido e di vini non omogenei fra loro per caratteristiche organolettiche, ma accomunati da un frutto rosso succoso, sentori terroso-minerali e tannino levigato, che li rende piacevoli in gioventù, e allo stesso tempo con eccellente predisposizione all’invecchiamento.

Terreni calcareo-marnosi piuttosto omogenei, altitudine che arriva sui 300-400 metri, esposizione ottima dei vigneti, a est-sud-est.

Il Chianti Classico 2015 Montefioralle, Sangiovese al 90%, per il resto Canaiolo e Colorino macera in cemento, fa malolattica in acciaio e affinamento di un anno in rovere di secondo e terzo passaggio: rubino intenso, sprigiona note deliziose di frutta rossa matura, accenti minerali e balsamici. Legno ben amalgamato, in retrolfattiva si evidenzia la nota terrosa, tabacco e pepe verde. Buon corpo, fine e piacevole in bocca. Fresco e sapido, risulterà uno dei due vini più apprezzati della serata, e a ragione.

Approdiamo a Barberino Val d’Elsa, zona dove le viti attecchiscono su colline di matrice calcareo-argillosa beneficiate dalle correnti d’aria calda che arrivano dal mare: i vini qui elaborati ricalcano per caratteristiche quelli della vicina Tavarnelle e della confinante Poggibonsi, con la cifra in più di un’ottima mineralità e di promesse evolutive mantenute nel tempo.

La quota di presenza delle grandi realtà produttive per quantità e fama è ivi rappresentata dal Castello di Monsanto, il cui Chianti Classico 2015 è penalizzato al naso da una nota iniziale di riduzione che richiederà tempo e agio per dissolversi: rosso rubino intenso, gioca sulla potenza di note alcoliche e balsamiche, frutto nero polposo. In bocca corpo, freschezza e tannini sono ben bilanciati, per un sorso meno impervio dell’esperienza olfattiva.

Per amor di affinità elettive, scavalliamo di poco i confini e tocchiamo terra senese, col Chianti Classico 2015 Cinciano, Sangiovese puro, affinato in botti di Slavonia, che cedono una speziatura pronunciata di pepe nero, chiodo di garofano, macis. In retrolfattiva liquirizia, rabarbaro, note balsamiche importanti. Pseudocalore accentuato, tannino ben integrato, ottima persistenza.

Cenerentola della denominazione, sta recuperando crediti e reputazione negli ultimi tempi, San Casciano, zona di confine fra Greve e Pesa, paga lo scotto di terreni molto diversi fra loro, non sempre ottimali per composizione alla coltivazione dell’arcigno Sangiovese: ci aspettiamo nel bicchiere un vino che trova il punto d’equilibrio nel frutto più che nella speziatura, sapido e fresco, piacevole in gioventù, ma che non invecchia sempre con classe.

Il Chianti Classico 2014 Mocale, solo 2000 bottiglie annue per questo sangiovese in purezza di un bel rubino intenso, merito del terreno di matrice argillosa, conferma un bel naso incentrato sul frutto: susina scura e amarena, agrumato d’arancia rossa, speziatura soffusa di chiodo di garofano. Fresco e di buona concentrazione, tannino vellutato in bocca, di non piena soddisfazione la persistenza, ha ancora margine evolutivo.

Il vino misterioso, versato nel settimo bicchiere di stasera, è disorientante: sarà il saliscendi fra colline, suoli, altitudini e stili produttivi diversi, sarà che tutto questo Sanguis Jovis, poliedrico e composito, variegato, molteplice, sfaccettato, eclettico, versatile, proteiforme ci ha dato alla testa, ma è difficile per tutti riconoscere il Merlot IGT “Il Doccio” 2013 I Fabbri, insolito merlot “sangiovesato”, coltivato a Lamole a 580 metri s.l.m.: eleganza e finezza chiara espressione del territorio da cui proviene, frutta rossa e violetta, note finali di cioccolato. Rotondo, corposo ma ben equilibrato dall’acidità, peculiare e non addomesticato, un piccolo miracolo in quel di Lamole.

Valentina Pizzino

Nata a Firenze da una famiglia di astemi, non ha mai dubitato che nelle sue vene scorresse Chianti. Lavora fra i libri, ma gli scaffali che preferisce sono quelli delle enoteche. Il suo centro di gravità permanente è sempre ruotato attorno a una bottiglia.

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