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Federazione Italiana Sommelier Albergatori e Ristoratori Delegazione di Firenze
Lunedì 8 Aprile 2019

Bordeaux - La riva sinistra, dove castelli e vigne punteggiano il boulevard dell'estuario

“Le vin sait revêtir le plus sordide bouge d’un luxe miraculeux…” Charles Baudelaire, Le Poison

Aveva certo ragione Baudelaire, anche se per lui la metamorfosi da stamberga a ovattato boudoir avveniva, con ogni probabilità, dopo un consumo diciamo un po’ scomposto di vino e non solo. Se invece pensiamo agli standard edilizi medi delle tenute vinicole della Rive Gauche, ecco, in questo caso il potere trasfigurante del vino non ci serve proprio. La strada del vino che si imbocca uscendo da Bordeaux in direzione nord, percorrendo la lunga striscia del Médoc, è scandita per l’appunto da magioni che vanno dal lusso austero al lusso ridondante, talvolta perfino vagamente esotico e mentre si guida anche il grigio dell’asfalto non sembra il classico grigio topo di tutte le statali del mondo, ma una sua sfumatura terribilmente chic, passerella perfetta per i vari châteaux che ci sfilano a fianco, schermati da cancellate imponenti.


E tutto questo non è affatto casuale: le architetture solenni di questa regione fanno anch’esse parte a pieno titolo di un progetto antico: rafforzano infatti il binomio vino-lusso, che è un concetto cardine nella mentalità e nelle scelte dei protagonisti del mondo del vino bordolese; ovviamente non in virtù del magico effetto di sospensione del reale evocato dal poeta, quanto per la pervicace volontà di rendere il vino un simbolo primario di prestigio, in un connubio consolidato e indissolubile che dura pressoché inalterato da secoli. 

Eccoci al secondo appuntamento, dopo il primo incontro dedicato alla Riva Destra, per proseguire la nostra esplorazione. Illuminando le molteplici sfaccettature di questo celebrato territorio, Leonardo Finetti ci accompagna stasera in un percorso intrigante, che oltre a farci conoscere meglio i suoi vini, sprona a considerare alcuni aspetti dello scenario da diverse angolazioni, provando anche a ribaltarne la prospettiva. Cosa chiedere di meglio: affineremo non solo sensi e conoscenze, ma anche il lateral thinking e non è cosa da poco.

La Riva Sinistra: la lunga storia delle figure chiave del négociant e del courtier 

Già in epoca medievale, quando era in uso il Privilegio di Bordeaux, che dava precedenza alla vendita dei vini della regione a discapito di quelle limitrofe, si affermano sulla scena del commercio vinicolo due attori principali, il négociant e il courtier. Il primo acquistava partite di vino dal produttore, per poi affinarlo e rivenderlo, il secondo fungeva da intermediario tra queste due figure. In pratica erano loro a stabilire prezzi e stili dei vini.
È infatti il négociant ad assemblare i vini comprati alla fonte diretta, a seconda del target di destinazione. Questa concezione dell’assemblaggio (termine che in genere viene alla mente se si pensa ai vini di Bordeaux), pensata per massimizzare i profitti della vendita finale, rende chiaro come qui, da secoli, il vino sia sempre stato inteso come merce e di come il ruolo del produttore sia stato subalterno a quello del négociant, che dalla vendita otteneva i margini più alti.

Il Médoc da palude a vigneto: l’evoluzione produttiva, lo sviluppo delle vigne, l’individuazione delle zone migliori

Dopo la bonifica e le opere di canalizzazione cominciate dagli Olandesi all’inizio del Seicento, il Médoc, territorio di paludi e acquitrini, diventa nel corso del secolo successivo un’area di monocoltura viticola. I terreni più adatti sono le basse colline che definiscono il paesaggio, meno fertili delle ex zone paludose prossime alle rive dell’estuario, ma proprio per questo più idonee per la vite. Si riconoscono le caratteristiche delle singole zone come determinanti della qualità dei vini che ne derivano, fino ad identificare zone sempre più circoscritte, Pauillac e Margaux per prime. 
Con il consolidarsi della presenza dei mercanti olandesi, il Claret, vino poco longevo, perde di interesse; i nuovi partner commerciali preferiscono rossi più strutturati, vini bianchi dolci e richiedono bianchi secchi per la distillazione. Nel frattempo si fa anche sentire la forte concorrenza di Spagnoli e Portoghesi, che hanno grande successo con Sherry e Porto sul mercato inglese; gli scambi con l’Inghilterra comunque continuano nonostante le alterne vicende storiche, anche se con meno intensità rispetto al passato e gli Inglesi sono disposti a pagare molto per i migliori vini bordolesi. Si affinano allora le tecniche produttive (allumette hollandaise), si cominciano ad imbottigliare in vetro i grands vins, capaci di lunghi invecchiamenti, in bottiglie di forma standard (nasce la bordolese), si utilizzano i tappi di sughero. I négociants assemblano ed imbottigliano i vini prodotti nei nascenti châteaux con le etichette di questi ultimi e il loro ruolo si consolida ulteriormente.
Agli inizi del 1700 si delinea la nozione di cru, inteso come “vino di qualità superiore prodotto da uno specifico produttore”; i crus più richiesti sono La Tour, Lafite, Château Margaux e Pontac. Gli châteaux si affermano come veri e propri brand, garanzia di prestigio e qualità.

Expo Parigi 1855: nel dettaglio della Classificazione, fulgido esempio di marketing ante litteram

Durante la serata dedicata alla Riva Destra, Livio Del Chiaro aveva dipinto un quadro generale del Classement ottocentesco, che riguardava appunto la zona che affrontiamo stasera. Bisognava dunque aspettarselo che il farraginoso capitolo classificazioni non sarebbe finito lì.
La lista di vini compilata per l’Esposizione Universale del 1855 includeva 57 vini rossi (tutti del Médoc, tranne uno, Haut-Brion) e 21 Sauternes (i vini della Riva Destra erano ritenuti allora di minor livello ed erano anche meno conosciuti dai commercianti). Ci ritroviamo a guardare quell’elenco – che allora altro non era che un vademecum per i vini esposti, espressione delle opinioni commerciali dei courtiers sulla migliore produzione vinicola del periodo – e ci rendiamo conto di come i cambiamenti nel corso del tempo siano stati davvero di poco conto. 
Resta il fatto che, per quanto circoscritto ad un periodo preciso, il Classement divenne da subito un dato acquisito, accettato sia dai mercanti, che lo utilizzarono come riferimento commerciale e sempre più come potente strumento di marketing, sia dai produttori, che videro i propri prezzi stabilizzarsi rapidamente all’interno delle varie fasce della classifica. Il fatto che sia rimasto valido fino ad oggi si spiega anche con l’effettiva qualità dei vini ai vertici, l’empireo dei 1er Crus e la quindicina di Super Second. Le oscillazioni nel corso del tempo sono state minime e hanno riguardato principalmente i vini dal 3ème Cru a scendere. A tutt’oggi Il prestigio degli châteaux è legato al successo commerciale, a sua volta derivante dalla capacità di produrre vini di alto livello, che siano specchio del territorio in cui si trovano.

Girotondo intorno al concetto di terroir

Ma come specchio del territorio? Proprio qui non si può non rilevare il paradosso: il riconoscimento all’interno della classifica è legato esclusivamente al produttore (lo château), non ai vigneti di cui è proprietario. Tra l’altro, se una proprietà viene venduta o divisa e vengono acquisite nuove vigne, la facoltà di usare il nome di quella proprietà ed il relativo posto nel Classement rimangono, con buona pace del concetto di terroir, che sembra essere esplicitamente contraddetto.
Verrebbe proprio da pensarla così, ma guidati da Leonardo scopriamo che i vigneti delle tenute elencate nel famigerato 1855 occupavano già allora quelli che gli studi contemporanei di settore hanno identificato essere i terreni migliori. Fortuita o no, la coincidenza non lascia indifferenti; i più nobili vini ottocenteschi provenivano da quelle che oggi sono considerate le zone più vocate; ecco allora che il terroir rientra in gioco a pieno titolo, proprio quando ci si era convinti che fosse stato messo da parte. E se è vero che per terroir si intende l’insieme di caratteristiche pedoclimatiche, pratiche agricole ed enologiche, unite all’interazione dell’uomo e del suo bagaglio culturale e sociale con un dato territorio, beh, allora non c’è dubbio che le antropizzate collinette del Médoc, terra umida e non proprio benedetta prima dell’intervento umano, si possano considerare terroir per eccellenza! Un bel cambio di prospettiva…

La Place de Bordeaux: peculiare sistema di vendita tra addetti ai lavori o teatro di giochi di potere e di primedonne?

Nato nel XIX secolo e tuttora attivo, il sistema di vendita denominato Place de Bordeaux (che riguarda il 70% della produzione regionale) prevede che il vino venga venduto dai produttori ai négociants –  oggi per lo più distributori e importatori – grazie all’intermediazione dei courtiers
Se nell’Ottocento il mercante comprava vini nuovi in botte dai produttori, per poi invecchiarli, assemblarli nelle sue cantine e rivenderli, assecondando le richieste del mercato e ottenendo margini ben più alti del produttore, attualmente questo personaggio cruciale della scena bordolese esercita il suo potere soprattutto nel campo della generica AOC Bordeaux. Nel caso dei vini importanti, sono i proprietari degli châteaux a imporre i prezzi, lasciando ai négociants il controllo della distribuzione. Per i produttori meno celebri si tratta di accettare un sistema che di fatto li obbliga a vendere in questo modo, pena l’assenza di entrate per due anni. Il potere lo detengono quindi gli châteaux più blasonati e un gruppo ristretto di négociants, cosa che ha portato alla vendita di molte proprietà a gruppi con grande potere d’acquisto, spesso estranei al mondo del vino
Un sistema di questo tipo, dove il consumatore finale è palesemente il grande assente al tavolo da gioco, crea condizioni favorevoli alle speculazioni, ancor più tenendo presente l’altra peculiarità della Piazza di Bordeaux: la vendita en primeur: i négociants acquistano i grandi vini almeno un anno e mezzo prima della loro uscita sul mercato. Questo garantisce ai produttori prezzi stabili anche in annate sfavorevoli e in annate ottime il négociant può rivendere quel vino a un prezzo elevatissimo, avendo in questo caso la meglio sui guadagni dello château di turno. 
A questo intreccio di poteri, che certo non agevola la trasparenza sui metodi di definizione dei prezzi, si è aggiunto a partire dagli anni ’80 un altro fattore di non poco momento, la critica. In principio fu Robert Parker, il guru ai vertici del Who’s Who enologico mondiale, presto affiancato da suoi omologhi, soprattutto anglosassoni, che esercitano un’enorme influenza sul mercato. Come conseguenza, i prezzi dei vini vengono stabiliti dopo la campagna di degustazione en primeur e dopo la pubblicazione delle relative recensioni.
Il risultato di questo intricato meccanismo? A Bordeaux le annate buone spuntano prezzi altissimi e quelle mediocri invece di calare aumentano, di poco ma aumentano…

Dalle strategie commerciali alle zolle: in modalità zoom tra i filari, per scoprire che i sassi fanno la differenza

Se è vero che il clima oceanico del Médoc, mite e umido e con piogge frequenti, rappresenta un fattore di rischio per la salute delle uve, è altrettanto vero che i suoli di cui sono composte le sue basse colline sono vari e pregiati. Il paesaggio è un susseguirsi di poggi (croupes) sassosi e ben drenati (l’altezza massima non supera i 40 metri), paralleli all’estuario, con le varie AOC separate tra loro da valloni attraversati da piccoli fiumi che vanno a gettarsi nella Gironda, ulteriore contributo al drenaggio dei terreni. Il substrato può essere calcareo di origine marina, oppure argilloso, marnoso o sabbioso. Ma sono i sassi (le cosiddette graves) l’elemento caratterizzante e pregiato della regione, essenzialmente di due tipi: le graves dei Pirenei, piccole e colorate e le graves garonnaises, biancastre e di calibro più grande, tra le quali spiccano le più preziose in assoluto, le graves du Günz, ricche di quarzi, quarziti e silex.
Una terra di vini rossi (l’80%), dove i vitigni più diffusi sono in primo luogo il Cabernet Sauvignon, a maturazione tardiva e che si adatta molto bene ai terreni caldi, ben drenati e calcarei, seguito da Merlot, Cabernet Franc e Petit Verdot, quest’ultimo autoctono del Médoc e presente quasi esclusivamente qui, dove è impiegato più del Cabernet Franc; è contraddistinto da maturazione molto tardiva e da sentori spiccatamente vegetali, se vendemmiato non a piena maturità e anche in piccole percentuali riesce a dare la sua impronta speziata ai vini.

E dai filari alle bottiglie: tradizione e modernità sotto i cieli della Riva Sinistra (e in generale di Bordeaux)

La Classificazione di metà Ottocento, si è detto fino alla noia, è un esempio sorprendente di quasi totale immobilità.
Del resto, la reputazione stellare dei grandi châteaux resiste maestosa alla prova del tempo e riuscire a visitarne le cantine, in veste di semplici appassionati, non è esattamente come entrare nel podere di un piccolo vigneron indipendente. Alla fine di questa serata scopriremo però che per comprare un’ottima bottiglia di Bordeaux (magari non proprio il primo vino di un domaine celeberrimo) non è necessario ipotecarsi casa – il rapporto qualità prezzo in realtà può davvero sorprendere – e che il luogo comune del vino bordolese inaccostabile è in molti casi da sfatare.
Altro aspetto che smentisce la convinzione invalsa di vini che vanno dimenticati per anni in cantina è il cambiamento di stile sopravvenuto nel corso degli ultimi trenta-quarant’anni. Fino agli anni Ottanta del secolo scorso infatti, lo stile diffuso in Médoc dava vini sicuramente più austeri, molto tannici e acidi, che avevano bisogno di almeno una decina d’anni per essere apprezzati. 
La situazione produttiva attuale, in linea di massima, non è più questa e le leve all’origine del cambiamento degli ultimi decenni sono più d’una: il clima, con l’innalzamento delle temperature estive; le nuove tecniche enologiche, come la malolattica svolta e l’apporto fondamentale di enologi aggiornati; dagli anni ’90 la maggiore attenzione in vigna, con sesti di impianto più fitti, vendemmie quasi ovunque parcellari e una lotta integrata praticata con rigore (un approccio più artigianale, simile a quello borgognone, inaugurato nella Riva Destra); la consapevolezza della agguerrita concorrenza dei vini del Nuovo Mondo, con i Cabernet della Napa Valley su tutti; il ruolo della critica, specie quella statunitense incarnata da Robert Parker, che ha indirizzato verso vini più morbidi e potenti, seppur movimentata da voci dissonanti altrettanto autorevoli.
Queste ultime considerazioni di Leonardo concludono l’excursus dedicato ai rossi bordolesi cominciato da Livio: tante informazioni, tanti spunti da cogliere per chi volesse approfondire ancora e soprattutto la lucida consapevolezza di quanto sia immenso l’universo vino, con conseguente e umano bisogno di rifuggire dallo smarrimento e di appigliarsi a qualcosa di concreto.
Anticipiamo allora la degustazione con qualcosa di facile e che ben predispone, dicendo subito che in Riva Sinistra le AOC sono molte meno che in Riva Destra. Nel territorio del Médoc, da sud verso nord, ne troviamo otto: Haut-Médoc, Listrac-Médoc, Margaux, Médoc, Moulis, Pauillac, Saint-Estèphe e Saint-Julien. La parte meridionale della Rive Gauche, a sud ovest di Bordeaux, comprende sei AOC, le più note delle quali sono: Sauternes, Barsac e Pessac-Léognan, che conosceremo meglio al terzo appuntamento. Di tutte le tenute degusteremo il grand vin (‘primo vino’).

I vini

Il primo assaggio viene dall’AOC MARGAUX, la prima a nord di Bordeaux ed è Château Labégorce 2015: da questa tenuta nobiliare menzionata già nel XIV secolo, in cui si pratica la lotta integrata su terreni argillo-calcarei, con graves garonnaises profonde, arriva un assemblaggio di Cabernet Sauvignon per il 50%, Merlot per il 44% e Petit Verdot e Cabernet Franc rispettivamente per il 4 e 2%. Le varie parcelle sono macerate e vinificate separatamente, segue l’invecchiamento per 15 mesi equamente suddiviso tra barrique nuove e di secondo passaggio. Il rubino è intenso e di bella luminosità. Profumo non esplosivo, che rimanda a piccoli frutti neri (ribes nero, more) uniti ad accenni vegetali e balsamici, in attesa di una probabile prossima apertura; a fine serata emergeranno in effetti note fumé, di tabacco, di pepe. Fresco  e diritto l’ingresso in bocca, entrata che poi si distende in morbidezza e fitti i tannini ad asciugare il sorso, in un finale armonico. Ancora giovane ma abbastanza riconoscibile come tipico di Margaux per la finezza e la facilità di beva.
Si sale, verso l’AOC MOULIS-EN-MÉDOC, con Château Chasse-Spleen 2015. Di questa vasta tenuta, in regime di lotta integrata certificata, con suoli calcarei disseminati di graves du Günz, stiamo per degustare un blend di Cabernet Sauvignon al 50%, 42% di Merlot, con 3% di Cabernet Franc e 5% di Petit Verdot. Come sopra, vinificazione separata delle parcelle in cemento e acciaio e invecchiamento di 14 mesi in barrique nuove per circa un terzo. Rubino intenso e limpido, naso di piccoli frutti neri con note mentolate, speziate di vaniglia e il boisé del passaggio in legno. Più verticale l’attacco, robusto il corpo con un tannino deciso ma vellutato e percettibile più tardi rispetto al vino precedente, proprio in chiusura, indice, sottolinea Leonardo, di grande qualità e prospettiva (Chasse Spleen non rientra tra i Crus Classés ma è considerato a quel livello), facendoci anche notare come tutti i vini della serata saranno più comprensibili lasciandoci guidare dalle sensazioni tattili più che dal naso 
Salendo ancora (e tenendo presente che in Médoc la struttura aumenta progressivamente da sud verso nord), arriviamo nella piccola AOC di SAINT-JULIEN, con Château Gloria 2015. Si tratta di un domaine costruito dal proprietario negli anni ’40 del Novecento, con l’acquisto di parcelle tutte facenti parti di Crus Classés e per il quale ha sempre rifiutato la classificazione. I terreni, molto omogenei, sono argillo-sabbiosi su graves du Günz. Anche in questo caso il primo vino è in prevalenza Cabernet Sauvignon (60%), con Merlot (27%), Petit Verdot (7%) e Cabernet Franc (6%), allevati in agricoltura convenzionale, vinificati in acciaio termoregolato e invecchiati 14 mesi in barrique per metà nuove. Note boisé in apertura, fragrante frutta rossa, poi caffè e spezie dolci, rivelatrici di un Cabernet Sauvignon vendemmiato al momento giusto; più tardi apprezzeremo anche note vegetali. Corpo leggermente più esile del precedente, dunque ancora più agile la beva, chiusa da un finale fresco e da tannini rotondi ed eleganti, che si affacciano ancora più tardi. 
E siamo arrivati a PAUILLAC, la AOC più importante del Médoc, culla di vini potenti, austeri e di grande longevità. I terreni sotto la falda sassosa sono argillosi, favorevoli al Merlot, che qui ha negli assemblaggi un ruolo non di secondo piano. Degustiamo Château Pédesclaux 2015, 5ème Cru Classé dal 1855, prodotto all’interno di un’architettura ottocentesca radicalmente ristrutturata dagli attuali proprietari, senza soggezione storica e con un risultato di grandissimo impatto estetico. Il Cabernet Sauvignon è accompagnato da una presenza importante di Merlot (52 e 42%), con il Petit Verdot a completare. Regime di lotta integrata in vigna, con qualche parcella in bio e biodinamica, terreni di graves garonnaises su strato calcareo e in parte argilloso. La vinificazione è parcellare, non si usano pompe e ci si affida alla gravità. Malolattica svolta per un terzo in legno e invecchiamento in barrique nuove al 50% per 14 mesi. Il naso rivela di primo acchito una maggiore austerità e note terrose, di sottobosco, ma si individua anche una finezza di frutto maturo (mirtilli) che rimanda alla presenza importante del Merlot nell’assemblaggio; con l’apertura progressiva arrivano in successione note lievemente balsamiche, affiancate da note boisé e di tostatura. Al palato percepiamo la struttura, insieme all’alcol e all'elegante densità dei tannini, rimane però il connotato di una bevibilità fine per un vino piacevolmente già accessibile ed equilibrato. 
Stiamo certamente assaggiando vini giovani, destinati ad invecchiare, ma l’austerità bordolese, di cui si è detto introducendo Pauillac, è diversa da quella che troveremmo in un grande rosso italiano all’inizio del suo percorso, sicuramente più potente e più acido.


Nella AOC SAINT-ESTÈPHE ci si avvicina di più a queste caratteristiche, dove i terreni, ideali per il Cabernet Sauvignon, danno vini più rustici, tannici e molto strutturati. Qui si trovano colline meno sassose, con suoli più ricchi di argilla e di marna. Château Lafon-Rochet 2015 è il nostro vino, da una tenuta 4ème Cru Classé del 1855. Lotta integrata anche qui, dopo aver abbandonato a causa del clima un decennale regime biologico, su suoli di graves argillose e di sabbie con presenza di graves du Günz in profondità. Assemblaggio simile ai precedenti, con una maggioranza di Cabernet Sauvignon (54%) rispetto al Merlot (35%) e con le consuete minori percentuali di Petit Verdot e Cabernet Franc; vinificazione parcellare in acciaio e malolattica in legno, seguita da affinamento per circa 18 mesi in barrique parzialmente nuove. Profumo floreale secco (lavanda) e fruttato di piccoli frutti succosi (mirtilli, ribes nero), affiancato da note boisé e leggermente speziate di chiodi di garofano (più tardi sentiremo balsamicità e fumé). Sorso deciso, verticale, decisa la struttura, con tannini meno suadenti dei vini precedenti, espressivo della sua zona e più accostabile, come si diceva, ai nostri rossi; facile qui pensare ad una carne rossa che possa arrotondare gli spigoli tannici. Interessante da subito ma saper aspettare in questo caso è una scommessa vinta.
Raggiungiamo adesso il territorio in cui l’estuario si allarga, con l’AOC distrettuale MÉDOC. Varietà di terreni, in prevalenza argillosi o argillo-calcarei, comunque più umidi e pesanti e meno pregiati (non vi si trovano cru classé). Prevale il Merlot, vista la somiglianza con i suoli della Riva Destra. Château Potensac, tenuta antichissima, la cui cantina è all’interno di una chiesa sconsacrata, si trova in una delle rare alture del nord Médoc ed è considerato il miglior domaine di questo lembo settentrionale. Château Potensac 2015 inverte le percentuali viste finora ed è infatti il Merlot a predominare (45%), seguito da Cabernet Sauvignon (38%) e Cabernet Franc (17%). La vinificazione anche qui parcellare in acciaio e cemento anticipa l’affinamento di 14-16 mesi in barrique nuove per un terzo. Il Merlot è riconoscibile nell’apertura fruttata, più morbida e fresca, il legno dell’affinamento non è soverchiante, seppur in presenza di note che lo richiamano, sul finale si riconoscono spezie dolci (chiodi di garofano, cannella). In bocca è corposo e teso, con un’acidità decisamente più marcata rispetto agli altri vini (il territorio è cambiato e si sente), con tannini ancora da arrotondare e una prevalenza delle parti dure; la giovinezza qui mostra meno garbo e sicuramente la maturazione lo renderà più gentile.
Si chiude il giro invertendo la direzione e puntando dritto verso la parte sud della Riva Sinistra, a PESSAC-LÉOGNAN, nella cintura periferica di Bordeaux. Questa vicinanza alla città rende il clima più caldo, anticipando le maturazioni. I terreni sono in prevalenza sabbiosi, adatti anche a varietà bianche. La tenuta di origine medievale da cui arriva l’ultimo vino di stasera, Château Carbonnieux, produce infatti vini rossi e bianchi in proporzioni quasi uguali, da vigne gestite in regime di lotta integrata certificata. Degustiamo Château Carbonnieux 2015, dove ritorna protagonista il blend dominante della serata: Cabernet Sauvignon (60%), in minor misura Merlot (35%) e Petit Verdot (5%). Parcellare vinificazione in acciaio e invecchiamento di 15 18 mesi in legno parzialmente nuovo. Al naso è intenso e balsamico, l’acidità vivace non disturba, il tannino, ancora verde ma non scomposto neanche e la chiusura è distesa e di un bel fruttato. Di nuovo si beve volentieri, sapendo che aspettare, come la notte, porta comunque sempre consiglio.

Questa orizzontale Rive Gauche 2015, annata considerata la migliore dopo la 2010, ci ha rivelato diverse sfumature dell’assemblaggio tradizionale. In generale la giovinezza non ha penalizzato il piacere della degustazione, tranne forse nel caso del vino più nordico, Potensac. Non immediatamente riconoscibili, almeno per chi scrive, le differenze tra le varie AOC più meridionali, ad eccezione di Saint-Estèphe con Lafon-Rochet, in cui ho trovato un carattere diverso da tutti gli altri e con il picco del bellissimo calice di Pédesclaux, che facilmente ha vinto la partita. A fine serata la ripetizione del giro di assaggi ha comunque rivelato un’espressività olfattiva più accentuata rispetto al primo impatto.
Finisce l’incontro e vale la pena dirlo ad alta voce che ancora una volta è stato tempo speso bene, a prenderci cura di noi stessi e delle relazioni con le persone che insieme a noi hanno condiviso tempo e passione. E non è finita, ci aspetta ancora un finale coinvolgente e di suadente eleganza, non a caso in gentile compagnia (no, non sarà l’effimera Fata Verde amata da Baudelaire e dai suoi amici a illuminarci, ma una signora vera in un’elegante nuance di grigio…).

Mariella De Francesco

Fiorentina di nascita, mamma friulana e papà napoletano, entrambi astemi, il solo alcol presente in casa nostra è sempre stato quello rosa per disinfettare. Scopro the bright side of the moon intorno ai trent’anni e da allora è cominciata la festa. Traduco di tutto, ma dalle 19:00 in poi ho un calice in mano al posto del mouse.

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